Der Rosenkavalier con Kirill Petrenko alla Scala

https://www.teatroallascala.org/it/stagione/2023-2024/opera/der-rosenkavalier.html

L’ultima recita di questo “Rosenkavalier” in cui molti hanno visto la Madonna, altri più prosaicamente ne hanno evidenziato gli evidenti (e molti) meriti e altri ancora ne sono stati un po’ delusi, si è conclusa con ovazioni intense per tutti e per Kirill Petrenko.

L’arte di questo musicista, sicuramente fondata su una tecnica di padronanza orchestrale trascendentale, è tale da dare alla sua interpretazione un tratto definito e caratterizzabile tale da potersi parlare di “unicità”, non nel senso della dimensione o del livello raggiunti, che restano alti comunque, quanto del suo profilo.

E’ stato un “Rosenkavalier” “suo”, dalle precise caratteristiche proprie che cerchiamo di individuare.

Primariamente il suono: luminoso e leggero, come la luce quando si effonde nel cielo, rischiarandolo e sfumandolo in un azzurro pallido che trascolora nel bianco;

è un suono che ha premesse logiche e causali di analisi delle voci e delle strutture della partitura, non deriva da improvvisazione o emozionalità; è in questo senso un “suono spinoziano”.

Poi l’articolazione: brulicante tra innumerevoli sfumature dinamiche anche all’interno di un pianissimo che permettono quando Petrenko lo vuole la distinzione delle singole linee oppure in alternativa la fusione di timbri nuovi che appaiono di provenienza sconosciuta, da un altro mondo, “dove l’aria stessa si rarefà”.

Poi il passo: Petrenko inserisce suono e articolazione in un passo narrativo rapido, talvolta elettrico, sempre flessibile e “respirato” all’interno di una precisa regolarità di fondo nel “tactus”, dove le oasi di distensioni (es. la presentazione della rosa, il terzetto finale, il monologo della Marescialla) acquistano rilievo per contrasto.

Ecco, dove il direttore russo naturalizzato viennese ci è apparso “unico” è stato proprio in questo passo narrativo del Rosenkavalier, dove la propulsione cinetica della commedia musicale (commedia: ci si diverte!) di Strauss trae la sua energia: tutta la conversazione di Ochs con la Marescialla del I atto (per una volta non tagliata e integrale), tutta la conversazione Ochs-Sophie del II e tutta la scena alla locanda fino all’ingresso della Marescialla (anche qui integralissima). Il canto di conversazione supportato, anzi, integrato dalla narrazione articolata dall’ orchestra con la sua dizione spigliata e incalzante è stato sbalorditivo.

Se il “Rosenkavalier” è dal punto di vista musicale “una lunga gestazione di valzer”, le sue folate sono state con Petrenko la logica conseguenza della sua narrazione.

La distribuzione delle parti nel canto è stata impeccabile: attualmente nel “Rosenkavalier” non crediamo sia possibile auspicare di meglio. La Stoyanova aristocratica, disillusa, talvolta con una punta di cinismo conservava la pienezza e l’eleganza del porgere nel suo strumento, Kate Lindsey, ben caratterizzata nel registro grave, dava dolcezza, stupore e tenerezza al ruolo di Octavian; Sabine Devieilhe una Sophie dal cristallino incanto e capricciosità indomita; Groissbock il monumentale Ochs dei nostri tempi, che conoscevamo.


Regia che resta e resterà paradigma di ciò che significa essere dentro la musica, dove ogni singolo gesto trova risposta nella drammaturgia della partitura, nella quale non esistono “doppi”, non esistono controscene di storie inventate e dove, miracolosamente, le scene e le luci si fondevano con i timbri dell’orchestra.


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