Aida Garifullina e Julia Gertseva in "Eugene Onegine" Atto I quadro II al Teatro alla Scala, direttore Timur Zangiev, regia di Mario Martone, marzo 2025 https://www.teatroallascala.org/it/stagione/2024-2025/opera/evgenij-onegin.html#fb-4-12

Eugene Onegin al Teatro alla Scala di Milano con Aida Garifullina, Alexey Markov e sul podio Timur Zangiev

Nel libretto dell’opera di Ciajkovskij ci sono due momenti nei quali Tatiana Larina viene caratterizzata e descritta come luce di folgorante stella: il “couplet” di Monsieur Triquet del secondo atto alle parole “Son regard doux et enchanteur répand sour nous tous sa lueur” e più oltre “etoile qui toujours brille et luit” con naturalmente il ritornello “brillez, brillez toujours belle Tatjana”; e poi l’ispiratissima aria del terzo atto cantata dal basso nel ruolo del Principe Gremin, dove Tatjana gli “è apparsa come raggio di sole nel cielo grigio e mi ha dato vita e giovinezza” e proseguendo “ella brilla come una stella nel cielo terso della notte radiosa come un angelo di luce”.

Una luce salvifica quella di Tatjana, una luce che promana da un’anima colma di amore che il poeta francese Triquet coglie e che il Principe Gremin raccoglie. Ma che Onegin non scorge, non riconosce, perchè opaco e refrattario, chiuso nel guscio del suo cinismo.

La tragedia di Onegin, in definitiva, si sostanzia essenzialmente proprio in questo: il rifuggire la luce dell’amore e la sua sorgente, Tatjana, volgendo il suo cuore a nient’altro che lui stesso. Onegin, nell’opera di Ciajkovskij, non è il contraltare maschile del personaggio femminile, ma il suo antagonista. Anche nell’ultimo atto lo slancio di Onegin non è altro che il rispecchiamento di quello di Tatjana: utilizza la sua linea melodica, non ne crea una sua propria nuova, perchè l’amore di Onegin è solo rivolto a se stesso che ne costruisce un simulacro in copia, non originale, della grazia effusa da Tatjana solo opaca e grigia polvere.

Pur tuttavia l’opera si chiama “Eugene Onegin” e non “Tatiana Larina”, e al suo centro vi è non l’amore, ma la sua negazione e, in questa prospettiva, la lettura del maestro Timur Zangiev si è posta come la più idiomatica possibile, soprattutto nelle parti dove l’amore, la passione, nella scrittura musicale deflagrano.

Sfrondata da ogni suggestione languidamente emozionale, con asciuttezza e scarna affettuosità alle soglie dell’impassibilità effusiva l’orchestra ha accompagnato il canto dal timbro adolescenziale di Aida Garifullina nella “Scena della Lettera” dove la sua anima colma di luce viene contrappuntata da incisi strumentali resi dal maestro russo in un fraseggio teso, teso a dissezionare il flusso emozionale come da un lettino metallico autoptico. Quasi come se dal podio provenisse lo stesso sguardo di Onegin nei confronti del sentimento di Tatjana, gli stessi occhi che leggeranno il suo scritto.

Il Maestro Zangiev, direttore dotatissimo, da grande topografo musicale è come il turista che osservando l’Atlante Geografico si convince di aver visitato i paesi sui quali ha posato lo sguardo; gli abbandoni, la morbosità, il languore, il senso di morte, l’amarezza della rinuncia vengono contemplati dall’alto con equanime distacco. Il tutto accentuato da un’attenzione alla qualità del suono formidabile, dove gli equilibri tra buca e palcoscenico hanno trovato momenti miracolosi nei fuoriscena, soprattutto quello del contadino nel primo atto, che è sembrato veramente provenire da una sconfinata lontananza della campagna russa, così come la differenziazione dei piani sonori delle voci nell’introduzione del primo atto.

Inoltre Timur Zangiev è apparso altresì attentissimo a valorizzare, a mezzo di un accompagnamento delicato e fervido, il couplet di Monsiuer Triquet, sottratto, anche vocalmente, alle consuete caricaturalità, per essere più giustamente portato a signorile omaggio poetico da parte di un’artista francese nei confronti di una giovane donna nel giorno del suo onomastico.

Lo stesso è avvenuto, e con gli stessi mezzi, con l’aria del principe Gremin: agogica sospesa, fluttuazione ritmica, rarefazione dinamica per conferire suggestione al riconoscimento salvifico da parte del generale della luce d’amore di Tatiana.

In definitiva il maestro Zangiev è come se avesse utilizzato questi due squarci lirici proprio per evidenziare la lente interpretativa attraverso la quale è stata decodificata la partitura di Ciajkovskij: attraverso lo sguardo di Onegin come si è detto ogni qualvolta questi dialoga con Tatjana, o in scena o nell’intimo di lei (con una scena della lettera che come si è detto riceve in orchestra una indifferente impassibilità), ma con patos effusivo ogni qualvolta la luce di Tatjana viene raccolta e riconosciuta (Triquet e Gremin).

E’ un’idea interpretativa da noi mai riscontrata nè immaginata, ma che ha una sua dignità di considerazione, anche perchè avviene nel rispetto della pagina scritta. D’altronde vi sono elementi autobiografici nell’Onegin riferiti a Ciajkovskij che possono anche sostenerla e non va dimenticato che il tutto è stato realizzato con convinzione ed estrema cura.

Gli interpreti hanno avuto un’eccellenza nelle parti di fianco della vedova Larina (Alisa Kolosova) e la Nanja Filippovna (la lussuosa Julia Gertseva). La sicurezza poetica e spavalda di Dmitry Korchak ha caratterizzato il suo applauditissimo Lensky, mentre Yaroslav Abaimov ha nobilitato Triquet di un canto lirico e gentile circonfuso di nobiltà. Il protagonista, Alexei Markov, dal timbro robusto, asciutto e severo è stato idiomatico per la resa cinica, fredda e altera di Onegin, anche nella sostanziale falsità dello slancio amoroso del finale. Resta Aida Garifullina, fuoriclasse nella presenza scenica e nell’attorialità, con timbro acerbo e di asciutta estensione cromatica è parsa in aplomb concettuale con l’orchestra di Zangiev e il suo sostegno controsentimentale.

La regia di Mario Martone, fedele alla drammaturgia dell’opera, è parsa curatissima nella conduzione attoriale. Orchestra e coro perfetti, anche nei lievissimi ritardi del canto sull’orchestra tipici dello stile russo che ha conferito legato e morbidezza alla pasta sonora.

Vivo successo per tutti.


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