Aida, Giuseppe Verdi – Teatro alla Scala, Zubin Mehta

Presenti all’ultima replica dove, evidentemente, tutte le cose di cui qualche critico si lamentava sono andate completamente a posto rimarchiamo la sostanziale “bontà” di questa produzione di Aida che, nella recente sequenza scaligera di questi ultimi anni si inserisce come quella maggiormente riuscita.
Stein confeziona un’Aida intima ed elegante. I personaggi recitano (non è vero che la regia è “assente” nel terzo atto!) in maniera tale che in pochi gesti esplicitano completamente il carattere, così Amonasro nella sua durezza da padre-padrone costringe Aida alla sottomissione da figlia-schiava, Aida è commovente nel suo sforzo perpetuo di ribellione ad una duplice situazione di sottomissione, sia verso le “egizie coorti” sia verso Amonasro. Insomma, la regia c’è e, in confronto alla inerte sovrabbondanza scenografica di quella del 2006, mi sembra una buona riuscita. Buona, perchè il peccato mortale di aver imposto il taglio dei Ballabili è tale che un teatro di nome Scala e un maestro come Zubin Mehta non potevano e dovevano lasciar passare impunemente.

Stein per sua stessa ammissione “non sapeva che farci con quella musica”. Bene, gli si doveva affiancare uno dei coreografi della scuola di ballo che gli potesse confezionare un ballo in linea con la sua estetica o che gli suggerisse idee. La Grande Scena del II atto senza Ballabili è irrimediabilmente amputata di un elemento costitutivo teatrale di primaria importanza, perchè serve a dare corpo alla sostanza di “grand-opera” a cui l’Aida direttamente si riconduce.

Oltretutto Stein ha ben scelto la dicotomia dei colori su cui si fonda la sua messinscena dove il bianco, che per gli egizi rappresentava il sacro, si contrappone al nero della morte del tempio di Osiride che a Menfi era una divinità trina insieme a Phta e Seker, quindi non si può pensare ad un approccio meno che attento di Stein. Rimane sempre quella ferita aperta, a cui francamente non riusciamo a dare una logica spiegazione, dei Ballabili.

Alla replica di ieri sera cantava la Siri al posto della Lewis ed è stata eccellente. Non possiede un timbro ricco di armonici, ma è intonatissima ed è riuscita senza preavviso e prove a calarsi in un contesto non facilissimo, dato che Mehta ha richiesto spesso tempi indugianti.

Sartori efficace anche se gli è sconosciuto completamente il lato di “giovane amoroso” di Radames. Un po’ tagliato con l’accetta, ma è riuscito nel piano del “volano al raggio” recuperando almeno nel finale un tono più intimo e meno militare.

Molto bene Maestri rispetto alle ultime volte dove lo avevo ascoltato un po’ stanco, qui sicuro, solido. Tratteggia un padre brusco, anche barbaro, non avulso dalla cattiveria di un uomo abituato al comando sia tra le mura domestiche che nel campo di battaglia.

L’Amneris della Rachvelishvili è imperfettibile. Suono ampio, temperamento drammatico, perfetta adesione alla parte che la vede divisa tra rabbia inconsulta derivata dalla gelosia e sofferenza d’amore. Note basse sonore e acuti smaglianti, l’eroina della serata.

Parti di fianco molto buone, a parte il Ramfis ormai afono e gorgogliante di Salminen, ma resto dell’idea che una produzione di Aida non debba essere giudicata da come canta il Primo Basso o il Messaggero (qui peraltro il buon Azer Rza-Zada).

Mehta, e qui sta il bello, dipinge una splendida Aida che non ha nella lentezza la sua caratteristica principale, quanto nell’espressività, ora intima, ora grandiosa. Il tutto condotto con una rara eleganza e, rispetto ad altre sue passate incursioni verdiane, con punte di venature decadenti realmente soggioganti.


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