Occhiali simbolo di Shostakovich

Cronaca di una staffetta al Teatro Melato per i quindici quartetti eseguiti in ordine cronologico

Descrivere ciò che è accaduto ieri al Piccolo Teatro Studio Melato come un “concerto” o una “integrale” è riduttivo. È stata una vertigine. Una dissezione pubblica, durata oltre nove ore, dell’opera-mondo di Dmitri Shostakovich, affidata a tre eccellenze della scuola quartettistica italiana, organizzata dalla Società del Quartetto, che si sono passate il testimone in una staffetta mozzafiato.

Non commenteremo qui, per ragioni di economia, le singole esecuzioni dell’integrale, ma ne evidenzieremo i momenti salienti, fermo restando che l’intera proposta si è attestata su un livello altissimo e difficilmente eguagliabile.

La scelta curatoriale di intrecciare le performance, assegnando a ciascun complesso quartetti di epoche diverse, si è rivelata la chiave di volta dell’evento.

Invece di seguire un percorso lineare, il pubblico è stato costretto a un’immersione totale e senza tregua, confrontando in tempo reale tre diverse sensibilità applicate alla stessa, tormentata materia. Il tutto amplificato dalla prossimità acustica quasi invadente del Teatro Melato, che ha reso ogni nota e ogni silenzio un fatto personale.

I Percorsi Incrociati: Commento alle Esecuzioni

Analizzare la giornata significa seguire tre fili narrativi che si sono intrecciati senza sosta.

Il Quartetto Noûs: L’asse portante del dramma. Al Noûs è toccato il compito di piantare i piloni più solidi e drammatici dell’intera arcata.

Hanno aperto le danze con un n. 1 dalla classicità primaverile tesa, quasi inquieta, per poi tornare con la monumentale architettura del n. 5, reso con una potenza e una lucidità strutturale impressionanti

Ma è stata la loro esecuzione del Quartetto n. 8 a segnare uno dei vertici emotivi: un pugno nello stomaco, un’analisi spietata del dolore resa con un suono levigato ma tagliente, che nella nudità del teatro è risuonata come una confessione irrevocabile.

Hanno proseguito con la brutalità quasi motoristica del n. 10 e hanno infine offerto un’oasi di lirismo dolente con il canto del violoncello nel n. 14, estrema effusione lirica al mondo del compositore, chiudendo il loro percorso con una struggente affermazione di umanità.

Il Quartetto Indaco: L’esplorazione degli estremi. All’Indaco è spettata l’esplorazione dei territori più mutevoli e stilisticamente vari. Hanno affrontato la grandiosità quasi sinfonica del monumentale n. 2 con un impeto e una tavolozza di colori straordinari. Hanno saputo poi alleggerire il clima con la finta spensieratezza pastorale del n. 6, per poi tuffarsi nella complessa narrazione del n. 9 e nella frammentazione quasi cinematografica del n. 11, reso come una sequenza di scene spettrali.

La loro prova più alta è giunta con il Quartetto n. 13. Affrontare quel desolato monologo per viola solista, cuore nero del pezzo, in un silenzio assoluto è stato un atto di coraggio immenso. Il loro violista Jamiang Santi ha offerto una performance scarnificata, un lamento che sembrava salire dalla terra, lasciando il pubblico senza fiato. Sono stati i camaleonti della giornata, capaci di una versatilità sbalorditiva con il violoncello di Cosimo Carovani che garantiva fondamenta gravi di suono morbido come il velluto e risonante come un bronzo.

Il Quartetto Prometeo: La via della complessità e della trascendenza. Al Prometeo, come da loro statura, sono stati affidati alcuni dei nodi più complessi e filosofici del ciclo.

La loro lettura del n. 3, il “Quartetto della Guerra”, è stata di una lucidità agghiacciante, grottesca e tragica. Hanno poi evocato i timbri klezmer del n. 4 con un’autenticità che andava oltre il folklore, toccando la radice del lamento ebraico.

La compressione quasi aforistica del n. 7 e la sfida tecnica della dodecafonia nel tema e nella costruzione del n. 12 sono state lezioni di intelligenza e dominio strumentale.

Ma è a loro che è spettato l’onere e l’onore di officiare il rito finale: il Quartetto n. 15. I sei adagi consecutivi sono diventati, nelle loro mani, una cerimonia di congedo dal mondo. Hanno dilatato il tempo, scolpito il silenzio e accompagnato Shostakovich – e tutti noi – verso una dissolvenza nella pace della notte stellata, termine ultimo dell’esistenza umana, che è stata il culmine perfetto e terribile di un’esperienza indimenticabile.

Alla fine, quando i dodici musicisti si sono riuniti sul palco per ricevere il caldo ringraziamento per un’impresa memorabile al limite della tenuta fisica, era chiaro a tutti i testimoni che quella maratona non era stata una semplice somma di performance, ma la creazione di un unico, grande mosaico. Un’opera collettiva che ha celebrato non solo un compositore geniale, ma anche la straordinaria maturità e ricchezza della musica da camera in Italia.


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