Dal 1921 al 2026: prezzi e potere d’acquisto, platea e gallerie, le altre fondazioni lirico-sinfoniche; la legge, lo statuto e il pubblico del territorio
«È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.»
Costituzione della Repubblica italiana, art. 3, secondo comma
In breve
L’essenziale sui prezzi dei biglietti della Scala, dal 1921 a oggi.
I prezzi
- Ieri. Nel 1893, nel 1951 e nel 1965 il posto in loggione costava, in moneta d’oggi, fra 12 e 13,5 euro: nel dopoguerra, mezza giornata di paga di un manovale.
- Oggi. Nelle opere di fascia più alta della stagione 2026/2027 i 36 posti di prima fila centrale della seconda galleria passano da 100 a 130 euro: più di una giornata e mezza al minimo contrattuale dei metalmeccanici. La platea sale da 300 a 350 euro.
- Altrove. Nelle altre fondazioni gallerie e loggioni costano per lo più fra 15 e 35 euro, e il posto più caro di un’opera della stagione, escluse le serate inaugurali, fra 64 e 230. Quei 130 euro superano la migliore poltrona di Torino, Genova, Trieste, Cagliari e del Filarmonico di Verona: cinque teatri su nove.
I conti pubblici
- Il denaro pubblico. Nel 2025 Stato, Comune e Regione hanno versato alla Scala 43,4 milioni, circa 96 euro per presenza; dal Fondo nazionale riceve la quota più alta, 32,7 milioni. Per spettatore costa al contribuente meno della media, perché la sala è grande.
- «Produce di più»? No: spende di più. Nel 2019 la Scala aveva il 10,7 per cento delle alzate di sipario delle fondazioni e il 15,7 per cento dei contributi statali; ogni sua serata costava più del doppio della media.
- Il biglietto caro non fa risparmiare il contribuente. La quota del Fondo è una percentuale fissa: nessun rincaro la fa scendere di un euro. Nel 2019 la Scala spendeva per spettatore il 40 per cento più di altre nove fondazioni, ma gli chiedeva quasi il triplo: 78 euro contro 28. Il biglietto alto non sostituisce denaro pubblico: paga, con i contributi privati, un livello di spesa che è una scelta della Fondazione.
- Quanti entrano gratis? Il bilancio conta «presenze complessive» senza distinguere i paganti dagli omaggi, e degli omaggi non risultano pubblicati né il numero né un regolamento. I dati esistono: sono nei riepiloghi di biglietteria trasmessi alla SIAE.
Le regole
- Che cosa chiedono. La legge del 1967: almeno il 20 per cento delle recite a prezzi ridotti per studenti e lavoratori. Il decreto del 2014 aggiunge i giovani sotto i 26 anni e uno sconto minimo di un quarto. Il bilancio preventivo del 2026 conta 79.781 biglietti riservati alle facilitazioni, 12.408 per l’opera: biglietti, non recite. Il numero delle recite a prezzo ridotto, nei documenti pubblici della Scala, non l’abbiamo trovato.
- Il lavoratore, una voce residua. Sul sito della Scala la riduzione per giovani, studenti e anziani è «fino al 20%» (il bilancio preventivo del 2026, per le stesse categorie, dice «circa il 25%»). Ai lavoratori il Teatro riserva, tramite la Consulta dei Lavoratori, «una quota fissa di posti a un prezzo convenzionato», senza dire quanti né a quale prezzo: nel 2023 le tariffe per i lavoratori, dipendenti del Teatro compresi, hanno contato poco più del 2 per cento degli ingressi.
- Territorio, non anagrafe. Riservare posti o sconti ai residenti contrasterebbe con il diritto europeo. Il pubblico del territorio si raggiunge con condizioni aperte a tutti: riduzioni per chi studia o lavora, vendita il giorno della recita, convenzioni con scuole e luoghi di lavoro.
- Lo statuto e il Ministero. Lo statuto nomina per primo, fra i destinatari degli spettacoli, il «pubblico dei Teatri», e gli altri pubblici li aggiunge con un «anche»; le linee d’indirizzo spettano al Consiglio di amministrazione. Il 17 settembre 2026 il Ministero della Cultura ha chiesto alla Fondazione «elementi informativi», richiamando la norma che lega i contributi agli impegni verso studenti e lavoratori.
- La riforma che non c’è. La delega per il nuovo codice dello spettacolo scade il 31 dicembre 2026 e nessun decreto risulta adottato; in ciò che la stampa ne ha riferito non abbiamo trovato parola di prezzi né di accesso per studenti e lavoratori.
Il suono non ha settori; il biglietto sì.
I. Una domanda semplice
In sintesi: misuriamo i prezzi con due metri, la moneta costante dell’Istat e le giornate di lavoro di un salariato; ogni cifra ha la sua fonte in nota.
Chi può, oggi, pagare la Scala? La domanda è semplice, e forse proprio per questo nessuno la pone. La si scavalca con le parole che la comunicazione istituzionale ha reso intercambiabili — «eccellenza», «accessibilità», «inclusione», «un teatro per tutti» —, parole che hanno il pregio di non costare nulla e il difetto di non comprare nemmeno un posto in galleria. Noi vorremmo porla invece nel solo modo che non consente scappatoie: mettendo in fila i prezzi dei biglietti della Scala, anno per anno, dal 1921 a oggi, e accanto a ciascuno il salario di chi dovrebbe poterlo pagare senza impallidire.
Il metodo è presto detto. Un prezzo, da solo, non significa nulla; significa qualcosa soltanto se lo si misura. Le misure, per noi, saranno due. La prima è il potere d’acquisto della moneta: l’Istat pubblica ogni anno le tavole che traducono le lire e gli euro di un anno nei valori di un altro, calcolate sull’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati[1]. La seconda, più eloquente, è il lavoro: quante giornate di un salariato occorrono per sedersi in un certo posto. La prima dice quanto è cambiato il biglietto rispetto alle cose; la seconda, quanto è cambiato rispetto agli uomini. Le useremo entrambe, perché ciascuna, da sola, inganna: la moneta costante fa sembrare a buon mercato i loggioni dell’Ottocento, che a un operaio costavano quasi una giornata di paga; la giornata di lavoro, da sola, dimentica che i salari reali di oggi non sono quelli del 1951.
Un’avvertenza, infine, sulle fonti. Della storia dei prezzi scaligeri non esiste una serie continua pubblicata: i prezzi sopravvivono nelle locandine, nei registri dell’Archivio storico del Teatro, negli studi di pochi ricercatori, nelle cronache delle Prime. Dove i documenti tacciono, taceremo anche noi: non ricostruiremo per congettura un solo prezzo, e ogni cifra avrà la sua fonte in nota. Il quadro che ne risulta ha dei vuoti; ma i punti fermi bastano, come poche stelle bastano al navigante, a tracciare una rotta.
II. 1921: la città fa suo il teatro
In sintesi: fra il 1920 e il 1921 la Scala diventa il teatro della città: nasce l’Ente autonomo, da una convenzione fra Comune e palchettisti, sostenuto fin dall’inizio anche da un’addizionale sui biglietti degli altri spettacoli.
La Scala di cui parliamo è nata due volte: nel 1778, per volontà di una sovrana e di un ceto, e fra il 1920 e il 1921, per volontà di una città. Per quasi un secolo e mezzo il teatro era appartenuto, di fatto, ai palchettisti, proprietari dei loro palchi come si è proprietari di un appartamento; e soltanto nel 1920, «con la costituzione dell’Ente autonomo Teatro alla Scala per un periodo di prova di nove anni», quella «continuità di una storia secolare» si interruppe[2]. L’Ente fu istituito «in base ad una convenzione tra Comune e palchettisti» ed eretto in ente morale con il regio decreto 29 dicembre 1921, n. 2143, che ne approvava lo statuto[3]. I palchi, stimati nel 1921 da tre periti in sette milioni e quindicimila lire — poco più di otto milioni di euro d’oggi —, sarebbero stati espropriati, con singoli decreti del prefetto, in forza del regio decreto 26 febbraio 1928, n. 562, convertito nella legge 17 giugno 1929, n. 1163[4].
Dietro la convenzione c’erano un sindaco socialista, Emilio Caldara, e un direttore d’orchestra, Arturo Toscanini, che accettò di guidare il teatro a una condizione: che la Scala diventasse un’istituzione autonoma, libera dall’influenza dei proprietari dei palchi e dei mecenati[5]. E c’era, fin dal principio, il denaro di tutti: l’Ente poteva contare sull’addizionale del due per cento «sul prezzo dei biglietti venduti per spettacoli e intrattenimenti» introdotta dal decreto-legge 4 maggio 1920, n. 567, e anzi era il solo soggetto in grado di beneficiarne[6]. Il teatro della città nasceva dunque sostenuto anche dal biglietto degli altri spettacoli: una piccola lezione di finanza pubblica che conviene tenere a mente, perché da allora la Scala non è più vissuta soltanto del suo pubblico, ma anche del denaro di chi non vi mette piede.
Che cosa significasse, nel 1921, un teatro «della città», il Teatro stesso lo ha raccontato. Nella stagione 1921/22 ventiquattro spettacoli furono offerti a «prezzi accessibili» — «anche se, in pratica, i prezzi rimasero proibitivi», aggiunge con onestà la ricostruzione curata dalla Scala —, e il teatro si impegnò a portare concerti al Teatro del Popolo della Società Umanitaria, un ex magazzino da duemila posti, a prezzi che proibitivi non erano affatto[7]. La prima promessa popolare della Scala nasceva, insomma, con la sua smentita già incorporata. Il che non toglie nulla alla promessa; spiega, anzi, molto di quel che seguì.
Quanto costassero, esattamente, quei posti, le fonti che abbiamo potuto consultare non lo dicono: il listino della riapertura del 26 dicembre 1921 — il Falstaff diretto da Toscanini — non ci è noto. Sappiamo però com’era fatto il pubblico popolare del teatro. Già nella stagione 1893-94, un trentennio prima, «un posto di loggione costava 2 lire e 50 centesimi, una cifra di poco inferiore ad una giornata di lavoro di un operaio» — tredici euro d’oggi, in moneta costante, ma quasi una giornata di paga per chi ne guadagnava due e novanta —, mentre una sedia di parapetto in prima galleria ne costava sei[8]. E dopo la nascita dell’Ente, secondo una pianta che i dati di biglietteria permettono di riferire alla stagione 1923-24, le due gallerie offrivano 203 posti numerati in seconda e 201 in prima, e la biglietteria poteva vendere, in più, «fino ad un massimo di 750 ingressi in piedi, per un totale di oltre 1150 presenze»[9]. Più di mille persone, ogni sera, sopra i palchi: il loggione non era un’appendice della sala, era un popolo.
III. Il loggione della Repubblica
In sintesi: nel 1893, nel 1951 e nel 1965 il posto in loggione costava, in moneta d’oggi, fra 12 e 13,5 euro; nel dopoguerra, mezza giornata di paga di un manovale (tavola 1). Un teatro stratificato, ma aperto.
Colpita dai bombardamenti dell’agosto 1943, la Scala riaprì l’11 maggio 1946 con Toscanini sul podio. La locandina di quella sera — primo concerto della stagione sinfonica, «alle ore 21 precise» — è giunta fino a noi, e porta i prezzi[10]: «Palchi e Poltrone di Platea esauriti», ingresso ai palchi 1.000 lire, poltrone di prima galleria 2.000, ingresso alla prima galleria 350, poltrone di seconda galleria 1.000. In moneta del 2025 sono 78 euro la poltrona di prima galleria, 39 quella di seconda, meno di 14 l’ingresso alla prima galleria. Era la sera più attesa di un’intera generazione, e per ascoltarla dall’alto bastavano, in moneta d’oggi, meno di quattordici euro.
Cinque anni più tardi, nel 1951, un posto numerato di seconda galleria — «la più economica» — costava 600 lire, «l’equivalente di oltre mezza giornata di lavoro di un manovale meccanico comune»[11]: dodici euro e mezzo d’oggi. Nella stagione 1952-53 i posti numerati a sedere nelle due gallerie erano 409; alla fine del decennio la biglietteria poteva vendere, oltre a quelli, «fino a 950 ingressi, di cui solo poche centinaia potevano trovare posti a sedere sulle panche non numerate»[12]. Nel 1965, mentre alla Piccola Scala una poltrona di platea costava fra le 4.000 e le 6.000 lire — «una cifra corrispondente a due o tre giornate di lavoro di un manovale comune» —, «con 1.000 lire, il costo di una poltroncina di galleria, era possibile acquistare un posto a sedere nel loggione della Scala»; e le gallerie della Piccola Scala, annota la stessa fonte[13], avevano mantenuto i prezzi del 1955-56. Mille lire del 1965 sono, anch’esse, dodici euro e mezzo del 2025; ed erano, facendo i conti sulla stessa fonte, circa mezza giornata di lavoro del manovale.
Il lettore ci conceda di sostare un istante, perché questi numeri compongono una figura di rara nitidezza (tavola 1). Il posto di loggione del 1893, il posto numerato di seconda galleria del 1951, il posto a sedere in loggione del 1965: tre date lontane, tre lire diverse, e un solo prezzo reale, fra i dodici e i tredici euro e mezzo d’oggi. Per settant’anni — nei tre punti che le fonti ci danno, e attraverso due guerre mondiali, il fascismo e la caduta di una monarchia — il loggione della Scala ha tenuto il suo prezzo come un pedale di tonica sotto le modulazioni della storia: il prezzo costante di un’istituzione, non quello oscillante di una merce. Cambiava soltanto, e in meglio, il rapporto con il salario: poco meno di una giornata di lavoro nel 1893, mezza giornata nel secondo dopoguerra. È il loggione della Repubblica: il posto in cui un manovale poteva ascoltare un’opera con mezza giornata di paga.
Tavola 1 — Il posto del salariato: un secolo di prezzi, in moneta costante e in giornate di lavoro
| Stagione | Posto | Prezzo | In euro del 2025 | Giornate di lavoro |
|---|---|---|---|---|
| 1893-94 | Posto di loggione | 2,50 lire | 13,31 | 0,9 (operaio) |
| 1893-94 | Sedia di parapetto, I galleria | 6 lire | 31,94 | 2,1 (operaio) |
| 1946 | Poltrona di I galleria (11 maggio) | 2.000 lire | 78,17 | — |
| 1946 | Poltrona di II galleria (11 maggio) | 1.000 lire | 39,08 | — |
| 1946 | Ingresso alla I galleria (11 maggio) | 350 lire | 13,68 | — |
| 1951 | Posto numerato di II galleria | 600 lire | 12,44 | oltre 0,5 (manovale) |
| 1965 | Posto a sedere in loggione | 1.000 lire | 12,54 | circa 0,5 (manovale) |
| 1965 | Poltrona di platea, Piccola Scala | 4.000-6.000 lire | 50,18-75,27 | 2-3 (manovale) |
| 2025/26 | Platea, fascia più alta | 300 euro | 300,00 | 3,7 (livello D1) |
| 2026/27 | Platea, nuova fascia | 350 euro | — | 4,3 (livello D1) |
| 2026/27 | II galleria, 36 posti centrali (opere di fascia alta) | 130 euro | — | 1,6 (livello D1) |
| 2026/27 | Gallerie, posto meno caro (opere di fascia alta) | 40 euro | — | 0,5 (livello D1) |
| 2026/27 | Ingresso «senza visibilità» | 10 euro | — | 0,1 (livello D1) |
Conversioni in euro del 2025: calcolo nostro sugli indici Istat dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati. Giornate di lavoro: per il 1893-94, la paga giornaliera di un operaio milanese nel 1890 (2,90 lire); per il 1951, l’equivalenza indicata da Siel Agugliaro; per il 1965, calcolo nostro sulla stessa fonte; dal 2025, un ventiduesimo del minimo mensile lordo del livello D1 del contratto dei metalmeccanici in vigore dal 1° giugno 2026 (1.784,94 euro). I prezzi della stagione 2026/27 sono nominali. Fonti nelle note.
Non idealizziamo. La platea restava lontana: nel 1965 una poltrona della Piccola Scala costava due o tre giornate di manovale, e i palchi e le poltrone della riapertura del 1946 erano già «esauriti» quando la locandina fu stampata. La Scala non è mai stata un teatro egualitario; è stata, per qualche decennio, un teatro stratificato ma aperto, nel quale la scala dei prezzi seguiva la scala della vista e della vicinanza, non quella dell’esclusione. Il suono in sala non ha settori: i listini mettono a prezzo la vista e la vicinanza, mai l’ascolto; e il loggione è il luogo dove si va soltanto per ascoltare. Era, appunto, il luogo di chi poteva spendere mezza giornata di lavoro per farlo.
IV. Studenti e lavoratori
In sintesi: dal 1967 la legge chiede agli enti lirici almeno il 20 per cento delle recite a prezzi ridotti per studenti e lavoratori; negli anni di Grassi e di Abbado la Scala portò l’orchestra nei palazzetti dello sport e nelle fabbriche.
Nel 1967 la Repubblica scrisse in una legge ciò che le gallerie della Scala facevano già da sé. La legge 14 agosto 1967, n. 800 — la cosiddetta legge Corona — si apre con una frase che conviene rileggere per intero: «Lo Stato considera l’attività lirica e concertistica di rilevante interesse generale, in quanto intesa a favorire la formazione musicale, culturale e sociale della collettività nazionale»[14]. Il fondamento dell’intervento pubblico non è il prestigio, né l’attrattiva turistica, né la gloria patria: è la formazione della collettività. E quando l’articolo 7 riconosce la Scala «ente di particolare interesse nazionale nel campo musicale»[15], non la sottrae a quel fondamento: la investe di esso al grado più alto.
Il principio ha un corollario tecnico, l’articolo 19, intitolato «Rappresentazioni a prezzi ridotti»: «Gli enti autonomi lirici e le istituzioni concertistiche assimilate devono programmare per gli studenti ed i lavoratori almeno il 20 per cento delle rappresentazioni e delle esecuzioni a prezzi ridotti, anche sotto forma di abbonamenti a condizioni agevolate, o di riserva di una parte dei posti in ciascuna manifestazione»[16]. Il verbo è «devono»; la misura è «almeno il 20 per cento»; i destinatari sono due, gli studenti e i lavoratori. Nessuna delle tre scelte è casuale, e vi torneremo.
Gli anni che seguirono diedero a quella norma un volto. Il 7 dicembre 1968 la Prima fu accolta dagli studenti con un lancio di uova sulle pellicce, e il teatro divenne per una stagione il simbolo di una frattura di classe[17]. Poi la Scala si aprì. Paolo Grassi, sovrintendente dal 1972, «istituì l’ufficio di collegamento della consulta sindacale CGIL-CISL-UIL», che «permise l’ingresso alla Scala di un nuovo numeroso pubblico di giovani e di lavoratori»[18]; con Claudio Abbado cominciarono nel 1972 i «concerti per lavoratori e studenti a prezzi popolari», e l’Orchestra della Scala suonò nei palazzetti dello sport di Cinisello Balsamo, dal 1973 al 1975, e nelle fabbriche: il 19 e il 20 novembre 1974, alla Breda Termomeccanica di Sesto San Giovanni e allo stabilimento Necchi di Pavia[19]. Nel 1973 nacque l’Associazione Amici del Loggione, e Grassi la salutò con parole che meritano di essere trascritte: «spettatori che danno il sale al nostro lavoro, nell’indipendenza delle loro reazioni, nella passione del loro comportamento, nella libertà del loro amore, nella tenacia della loro presenza»[20].
Si può discutere — lo si è fatto a lungo — della retorica di quegli anni. Ma i luoghi parlano da sé: Cinisello, Sesto, Pavia. I «lavoratori» della legge del 1967 avevano, per la Scala di quegli anni, un indirizzo: quello del territorio intorno al teatro.
V. Dall’Ente alla Fondazione: le regole che restano
In sintesi: divenuta fondazione, la Scala conserva il diritto ai contributi pubblici purché si impegni a incentivare l’accesso di studenti e lavoratori; il decreto del 2014 ne fissa la misura: almeno il 20 per cento delle recite, con sconti di almeno un quarto.
Nel 1996 il legislatore stabilì che gli enti lirici dovessero diventare fondazioni di diritto privato. Il decreto legislativo 29 giugno 1996, n. 367, ne fissò le finalità con parole che ricalcano quelle del 1967 — le fondazioni «perseguono, senza scopo di lucro, la diffusione dell’arte musicale, per quanto di competenza la formazione professionale dei quadri artistici e l’educazione musicale della collettività» — e vi aggiunse la clausola del tempo nuovo: «Esse operano secondo criteri di imprenditorialità ed efficienza e nel rispetto del vincolo di bilancio»[21]. Per la Scala il passaggio fu disposto con un decreto del 31 ottobre 1997: all’Ente autonomo successe, nel 1998, la Fondazione Teatro alla Scala[22]. La trasformazione per legge di tutti gli enti, tentata con il decreto legislativo 23 aprile 1998, n. 134, cadde davanti alla Corte costituzionale e fu ripresa dal decreto-legge 24 novembre 2000, n. 345, che per la disciplina delle fondazioni rinvia al decreto del 1996 e al codice civile[23].
Ma la trasformazione non sciolse le fondazioni dal loro compito pubblico: ne fece, anzi, la condizione del loro stesso statuto giuridico. L’articolo 17 del decreto del 1996, intitolato «Conservazione dei diritti», stabilisce che «i diritti e le prerogative riconosciuti dalla legge agli enti originari sono conservati quando le fondazioni», fra l’altro, «abbiano assunto l’impegno di prevedere incentivi per promuovere l’accesso ai teatri da parte di studenti e lavoratori»; e fra quei diritti il secondo comma nomina espressamente «il diritto a percepire i contributi pubblici, ivi compresi quelli statali, regionali, provinciali o comunali»[24]. L’articolo 19 affida all’autorità di governo competente per lo spettacolo il compito di verificare «il rispetto degli impegni cui è subordinata la conservazione dei diritti e delle prerogative», con il potere di disporre ispezioni e, al limite, di pronunciarne la decadenza[25]. Studenti e lavoratori, di nuovo: come il soggetto di una fuga, la coppia del 1967 rientra a ogni voce del diritto delle fondazioni, trasposta ma riconoscibile.
E con essa rientra la misura. Il decreto ministeriale 3 febbraio 2014, che fissava i criteri di riparto del Fondo unico per lo spettacolo fra le fondazioni, all’articolo 4 — «Conservazione dei diritti e promozione del pubblico» — dispone che esse «conservano il diritto a percepire il contributo dello Stato quando», fra l’altro, «prevedano, dandone idonea pubblicità, a favore degli studenti, dei lavoratori e dei giovani di età inferiore ai 26 anni, almeno il 20 per cento delle rappresentazioni e delle esecuzioni a prezzi ridotti in ragione di non meno del 25 per cento». E aggiunge che le fondazioni «sono altresì tenute a favorire l’accesso di nuovo pubblico», fra l’altro «offrendo biglietti a prezzo ridotto a decorrere da un’ora prima di ogni rappresentazione»[26]. Impegni analoghi — i biglietti ridotti a partire dall’ora che precede lo spettacolo, gli sconti per i giovani, le facilitazioni per famiglie e disabili — comparivano già nell’articolo 4 del decreto ministeriale 28 febbraio 2006[27]; e la Scala, nel bilancio del 2025, scrive di aver proseguito «l’attività di promozione culturale che ha continuato a garantire l’accesso a prezzi ridotti a famiglie, giovani e lavoratori, come previsto dall’art. 4 del Decreto Ministeriale 28 febbraio 2006»[28]. La Fondazione, dunque, conosce la norma, e la cita. Vedremo che cosa ne resti nei numeri.
VI. I numeri di oggi
In sintesi: sala piena oltre il 95 per cento e incassi in crescita: i prezzi salgono perché la domanda lo consente, in due modi — più titoli nella fascia più cara (10 opere su 14 nel 2026, erano 7) e listini più alti (platea fino a 350 euro, Prima fino a 3.500, 36 posti di seconda galleria da 100 a 130).
Veniamo al presente. Le cifre che seguono provengono dai bilanci della Fondazione, dalle agenzie di stampa e dai listini pubblicati; quando una cifra ha una sola fonte non ufficiale, lo diremo.
Nel 2025 la Scala ha registrato 454.125 presenze e ha incassato da biglietteria e abbonamenti 36,6 milioni di euro, 2,5 milioni più dell’anno precedente, su un valore della produzione di 133,2 milioni; il tasso medio di saturazione della sala per l’opera è risultato «superiore al 95%», contro il 92 per cento del 2024 e l’80 del 2019, e l’incasso medio per recita d’opera è salito a 249.000 euro, dai 194.000 del 2019; il bilancio, che «ha mantenuto il trend di risultati positivi», si è chiuso con un utile di 165.000 euro[29]. A leggere i bilanci, dunque, non si ha davanti un teatro in crisi che alza i prezzi per sopravvivere, ma un teatro esaurito che li alza perché la domanda glielo consente.
Il primo aumento è quello che non compare in alcun listino. Il bilancio preventivo del 2026 lo descrive con candore: «dei 14 titoli d’Opera programmati nel 2026, 10 si collocano nella fascia di prezzo più alta (prezzo al pubblico di un biglietto di platea 300 euro, comprensivo di IVA e prevendita), contro i 7 del 2025, per un totale di 62 recite contro le 44 del 2025»; e a proposito del balletto aggiunge che «anche in questo caso il mix determina un innalzamento del valore medio dei biglietti»[30]. Senza toccare una sola fascia — il documento precisa che i biglietti sono venduti «applicando le stesse fasce di prezzo del 2025» —, soltanto spostando i titoli verso la fascia più alta, le recite al prezzo massimo crescono del 41 per cento in un anno. Il rincaro per composizione è il più elegante dei rincari: non compare in alcun listino, e si paga.
Poi vengono gli aumenti dichiarati. Il 27 aprile 2026, approvato il bilancio del 2025, l’ANSA annunciava che sarebbe nata «una nuova fascia di prezzo ‘premium’ per i posti migliori, come la fila M di platea», che avrebbe potuto portare i biglietti dei titoli più celebri «da 300 a 330-350 euro»[31]. Il 19 maggio, presentando il piano economico del 2027, la stessa agenzia riferiva il passaggio del prezzo massimo della Prima «da 3.200 a 3500 euro», l’aumento dei biglietti più cari del balletto «da 180 a 200 euro e da 215 a 250», quello della fascia più alta dei concerti, che «da 110 passeranno a 120 euro», e una previsione di ricavi di biglietteria di «39 milioni e mezzo contro i 35,4 del 2026». E descriveva la nuova fascia «premium», più cara del 15 per cento: le prime file della platea, i posti di corridoio più vicini al palcoscenico, la fila M, i primi posti dei palchi centrali[32]. Per la stagione 2026/2027 i posti migliori della platea, nelle opere di fascia più alta, sono saliti così da 300 a 350 euro[33].
Il 3 giugno, infine, la notizia che ha acceso il loggione. Secondo l’ANSA, «36 biglietti di prima fila centrale della seconda galleria centrale» sono stati «‘promossi’ allo stesso prezzo di quelli centrali di prima galleria e sono quindi passati da 100 euro a 130»; l’abbonamento di prima galleria per dieci opere è passato «da 960 a 1050 euro»; l’ultima fila dei palchi centrali di quart’ordine, per le opere più costose, «da 110 a 200 euro»[34]. Il giorno dopo l’agenzia riassumeva così i termini della questione: gli abbonamenti di seconda galleria sono saliti da 720 a 800 euro, ma soprattutto «36 posti centrali della seconda galleria ora sono stati equiparati con la prima. Quindi per le opere a prezzo più alto il biglietto passa da 100 a 130 euro. E nel caso dell’abbonamento a 10 opere da 720 a 1050»[35]: il 46 per cento in più. Lo stesso giorno il Teatro annunciava il ritiro dell’aumento — da 80 a 130 euro, deciso l’anno precedente — dei biglietti per le persone in sedia a rotelle: «C’è stato un aumento che non ci sarà più», ha detto il sovrintendente Fortunato Ortombina, «e questo sì per un fatto ideologico»[36]. Ne diamo atto volentieri: è la prova che l’ascolto, quando c’è, funziona.
VII. La forbice: platea e gallerie
In sintesi: nelle opere di fascia più alta la poltrona più cara costa 2,7 volte il miglior posto di galleria (350 euro contro 130); alla Prima il rapporto è salito da circa 6 a 1 nel 2011 — 5,7 o 6,9, secondo che i prezzi di galleria riferiti allora comprendessero la prevendita — a 7,1 a 1 negli anni dal 2021 al 2024 (tavola 2). È la platea che si allontana.
Misuriamo ora la distanza fra il posto più caro della platea e il posto più caro delle gallerie: è la misura della forbice di un teatro, di quanto disti, dal meglio della sala, il meglio di chi sta in alto.
Nelle recite ordinarie delle opere di fascia più alta, nella stagione 2026/2027, il posto più caro della platea costa 350 euro, il più caro delle gallerie — il centrale di prima galleria, al quale sono stati equiparati i trentasei di seconda — 130: la differenza è di 220 euro, il rapporto di 2,7 a 1. Fino alla stagione precedente la platea si fermava a 300 euro. La forbice si è dunque allargata dall’alto; e, nello stesso tempo, si è chiusa dal basso su chi sedeva in alto: per i trentasei spettatori della prima fila centrale di seconda galleria il posto è rincarato del trenta per cento sul biglietto singolo e del quarantasei sull’abbonamento, come se la prima fila della seconda galleria fosse scesa, nel listino, di un piano.
Per la Prima la forbice è d’altro ordine (tavola 2). Nel 2011, per il Don Giovanni, le poltrone costavano «duemila euro più il 20 per cento del diritto di prevendita, per un totale di duemilaquattrocento euro», e la piccionaia andava «dai 350 ai 50 euro», ai quali, per rendere omogeneo il confronto, aggiungiamo la stessa prevendita[37]; nel 2021, per il Macbeth, 3.000 euro la platea e da 120 a 420 le gallerie[38]; nel 2023 e nel 2024, 3.200 euro la platea e i palchi migliori, da 130 a 450 i posti di galleria, più un ingresso da 50[39]. Per l’Otello del prossimo 7 dicembre il prezzo massimo sarà di 3.500 euro, e gli altri biglietti, secondo l’ANSA, aumenteranno del 10 per cento, «con la sola eccezione dei biglietti di seconda galleria»[40]. Il rapporto fra la poltrona e il miglior posto di galleria è passato così da 5,7 a 1 nel 2011 — 6,9, se i 350 euro riferiti allora per la piccionaia comprendevano già la prevendita: la cronaca non lo precisa — a 7,1 a 1 negli anni dal 2021 al 2024; la differenza, espressa in euro del 2025, da circa 2.500 a circa 2.800-3.000 euro.
Tavola 2 — La Prima del 7 dicembre: platea e gallerie (euro)
| Anno | Titolo | Platea, prezzo massimo | Gallerie, dal meno caro al più caro | Platea / miglior galleria | Platea in euro del 2025 |
|---|---|---|---|---|---|
| 2011 | Don Giovanni | 2.400 | 60-420 (a) | 5,7 | 3.038 |
| 2021 | Macbeth | 3.000 | 120-420 | 7,1 | 3.495 |
| 2022 | Boris Godunov | 3.000 (b) | 120-420 (b) | 7,1 | 3.234 |
| 2023 | Don Carlo | 3.200 | 130-450 (c) | 7,1 | 3.273 |
| 2024 | La forza del destino | 3.200 | 130-450 (c) | 7,1 | 3.245 |
| 2025 | Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk | 3.200 | da 150 | — | 3.200 |
| 2026 | Otello | 3.500 | (d) | — | — |
(a) Da 50 a 350 euro più il 20 per cento di diritti di prevendita, che la fonte indica espressamente per poltrone e palchi; se i prezzi di galleria fossero già comprensivi, il rapporto salirebbe a 6,9. (b) Tabella ufficiale del Teatro: 2.500 euro la platea e da 100 a 350 le gallerie, più il 20 per cento di prevendita. (c) Più un ingresso da 50 euro, la «zona 5» delle gallerie. (d) Secondo l’ANSA, aumento del 10 per cento di tutti i biglietti, «con la sola eccezione dei biglietti di seconda galleria»; il prospetto pubblicato in giugno da «L’Opera per Tutti» ripartisce le fasce in modo diverso dagli anni precedenti e non consente un confronto sicuro. Dalla stagione 2023/24 i prezzi pubblicati dal Teatro comprendono la prevendita. Conversioni: calcolo nostro sugli indici Istat.
Va detto con esattezza, per non cadere nell’errore che rimproveriamo ad altri: in moneta costante, il prezzo massimo della Prima non è esploso. I 3.000 euro del 2019 valgono circa 3.550 euro d’oggi[41], più dei 3.500 chiesti per l’Otello; i 2.400 del 2011, poco più di 3.000. «Il prezzo dei biglietti della prima è sempre stato alto», osservavano su «Le Monde» Aureliano Tonet e Allan Kaval[42]; ed è una serata di rappresentanza. Il problema della Prima non è il vertice, è la forma della scala: fra il 2011 e il 2024 il miglior posto di galleria non ha guadagnato valore reale — da circa 530 a circa 460 euro d’oggi, se nel 2011 la prevendita si aggiungeva ai 350; da circa 440 a 460, se era compresa —, mentre la poltrona ne guadagnava, da circa 3.040 a circa 3.250; e il posto a sedere più economico delle gallerie, 120 euro nel 2021 e 130 nel 2023 e nel 2024, è salito nel 2025 a 150 euro[43]. La forbice della Prima si è allargata dall’alto: è la platea che si allontana.
VIII. Chi può pagare
In sintesi: con una giornata di lavoro a 81 euro lordi, minimo contrattuale dei metalmeccanici, il posto centrale di seconda galleria delle opere di fascia alta costa 1,6 giornate, la platea 4,3. Il posto di galleria da 40 euro costa ancora mezza giornata, come nel 1951: il pavimento ha tenuto, il soffitto si è alzato.
Torniamo alla domanda di partenza e misuriamo i prezzi d’oggi con il metro del lavoro. Il contratto nazionale dei metalmeccanici, rinnovato il 22 novembre 2025, fissa dal 1° giugno 2026 il minimo del livello d’ingresso, il D1 — quello che raccoglie i vecchi primi livelli, il più vicino, fra quelli d’oggi, al manovale delle fonti storiche —, a 1.784,94 euro lordi al mese[44]. Convenzionalmente, una giornata di lavoro ne è un ventiduesimo: 81 euro lordi. L’Inps, nel suo ultimo rapporto annuale, indica per il 2025 una retribuzione media annua lorda dei lavoratori dipendenti di 27.649 euro e un reddito pensionistico medio di 1.885,11 euro lordi al mese[45]; al 31 dicembre 2024 i pensionati con meno di mille euro al mese erano 4.582.411, il 28,1 per cento[46].
Con questo metro, il posto centrale di seconda galleria a 130 euro vale 1,6 giornate di lavoro: circa tre volte la mezza giornata del 1951 e del 1965. La nuova platea da 350 euro ne vale 4,3; per una coppia, quasi il quaranta per cento di un mese di paga. L’abbonamento a dieci opere nei trentasei posti riclassificati, 1.050 euro, assorbe il 59 per cento del minimo mensile e il 56 per cento del reddito pensionistico medio; per quattro milioni e mezzo di pensionati è più di un mese intero di pensione. La Prima, a 3.500 euro, vale quasi due mesi di minimo contrattuale: il 12,7 per cento della retribuzione annua media di un dipendente italiano. Il metro, va detto, è quello del manovale delle fonti storiche, non della media: con la retribuzione media dei dipendenti, 27.649 euro l’anno, circa 105 euro al giorno, il posto da 130 vale 1,2 giornate e la platea 3,3.
Ma il metro del lavoro va maneggiato con la stessa onestà con cui lo si impugna. Nelle opere di fascia più alta della stagione 2026/2027 il posto di galleria meno caro costa 40 euro[47]: mezza giornata del livello D1, come nel 1951, come nel 1965. E restano gli ingressi a dieci euro, «senza visibilità» secondo il prospetto dei prezzi. Il pavimento, dunque, ha tenuto; è il soffitto delle gallerie che si è alzato, e con esso si è ristretto il perimetro dei posti che un salariato può permettersi senza rinunciare alla vista. Nel 1965 mezza giornata di lavoro comprava un posto a sedere in loggione; oggi compra, nelle gallerie, i posti che il listino colloca nelle file e nei settori da cui si vede meno. Per sedere al centro della seconda galleria, nelle opere di fascia alta, occorre più di una giornata e mezza.
Chi può pagare, allora? Può pagare chi ha un reddito milanese: il capoluogo lombardo è il primo d’Italia per reddito complessivo medio dichiarato, 40.316 euro nell’anno d’imposta 2024, secondo un’elaborazione dei dati del Ministero dell’Economia[48] — ma la media, si sa, nasconde chi le sta sotto: nella città più ricca d’Italia vivono anche i pensionati da mille euro. E può pagare chi viaggia: qui la domanda cambia natura, e da economica diventa politica.
IX. Le altre fondazioni, e uno sguardo oltre confine
In sintesi: a 130 euro, il posto di prima fila centrale della seconda galleria costa più della migliore poltrona di un’opera della stagione a Torino, Genova, Trieste, Cagliari e al Filarmonico di Verona (tavola 3); l’ingresso da 10 euro resta però il più basso della tavola. Vienna, Parigi e New York custodiscono lo strato più economico della sala: alla Staatsoper 435 posti in piedi ogni sera, da 4 euro con la tessera del teatro; all’Opéra una categoria a 10 euro; al Metropolitan biglietti a 25 dollari in sorteggio.
Il confronto con le altre fondazioni lirico-sinfoniche (tavola 3) toglie ogni dubbio sulla singolarità scaligera. Un posto della prima fila centrale di seconda galleria della Scala, a 130 euro nelle opere di fascia alta, costa più della migliore poltrona di un’opera della stagione, serate inaugurali escluse, al Regio di Torino (120 euro nella stagione 2026/2027; 115 nella precedente, con la sola eccezione del Macbeth a 230), al Carlo Felice di Genova (100), al Verdi di Trieste (95 nelle prime della stagione 2026/2027 e 85 nelle altre recite; 115 per la sola prima del Lohengrin), al Lirico di Cagliari (75) e al Filarmonico di Verona (64): cinque teatri su nove. All’Opera di Roma la galleria si paga fra 22 e 30 euro; al Massimo di Palermo l’ultimo settore fra 25 e 35, prevendita esclusa; al Filarmonico di Verona la seconda galleria 30. Alla Fenice — che l’accusa, nella sintesi dell’ANSA, indica come il modello del teatro per turisti[49] — la platea più cara costa 230 euro nelle prime recite (380 nella serata inaugurale), il loggione centrale fra 70 e 90, i posti di solo ascolto in loggione 20 euro[50]. Per i concerti, l’Accademia di Santa Cecilia chiede da 23 a 54 euro nei concerti ordinari della stagione sinfonica, fino a 70 in quelli a prezzo maggiorato; la Scala porta la sua fascia più alta da 110 a 120 euro[51]. Persino l’Arena di Verona, che nelle due prime di giugno del Festival 2027 chiede fino a 420 euro per le poltrone di platea, conserva sulle gradinate posti numerati fra 28 e 38 euro[52].
Tavola 3 — Le fondazioni lirico-sinfoniche a confronto: opere della stagione, escluse le serate inaugurali (euro)
| Teatro | Stagione | Posto più caro | Gallerie o loggione | Posto meno caro | FNSV 2025 (milioni) |
|---|---|---|---|---|---|
| Teatro alla Scala, Milano | 2026/27 | 350 | 40-130 (opere di fascia alta) | 10 (senza visibilità) | 32,68 |
| Teatro La Fenice, Venezia | 2025/26 e 2026/27 | 230 (prime recite; 380 l’inaugurale) | galleria centrale 90-110; loggione centrale 70-90 | 20 (loggione, solo ascolto) | 17,21 |
| Teatro dell’Opera di Roma | 2025/26 e 2026/27 | 200 (prime; poltronissime 190) | galleria 22-30 | 20 (palchi laterali di III ordine, repliche) | 19,70 |
| Teatro Massimo, Palermo | 2025/26 e 2026/27 | 180 (prime) (e) | settore 8: 25-35 (e) | 25 (e) | 15,23 |
| Teatro Comunale di Bologna | 2026 | 150 (prime) | settore 4: 30 | 30 (settore 4; 20 nelle produzioni all’EuropAuditorium) | 9,50 |
| Teatro Regio di Torino | 2026/27 | 120 (2025/26: 115; Macbeth 230) | settore C: 55 | 40 (visibilità ridotta; 30 nel 2025/26) | 13,51 |
| Teatro Carlo Felice, Genova | 2025/26 | 100 (turno A) | 5° settore: 30-35 | 30 | 8,89 |
| Teatro Verdi, Trieste | 2026/27 | 95 (prime; altre recite 85; Lohengrin 115) | galleria 22-25 | 18 (ingresso) | 9,42 |
| Teatro Lirico di Cagliari | 2025/26 | 75 (turno A) | II loggia 15-35 | 15 | 9,53 |
| Teatro Filarmonico, Verona (Fondazione Arena) | 2026 | 64 | II galleria 30 | 30 | 11,47 |
Prezzi interi del posto più caro di un titolo ordinario nella sua recita più cara (le prime rappresentazioni, dove il listino le distingue), escluse le serate inaugurali, dai listini ufficiali consultati il 24-25 e il 28 settembre 2026; per Fenice, Roma e Palermo i listini 2026/2027, già pubblicati, ripetono quelli del 2025/2026. Al Regio di Torino e al Carlo Felice i settori non sono distinti per ordini di posti. (e) Prevendita del 10 per cento esclusa; anche alla Fenice i prezzi non comprendono la prevendita in rete (10 per cento, da 5 a 20 euro), e a Genova la commissione fissa di 2 euro. A Bologna la balconata a 10 euro in vendita il giorno stesso è indicata per la sola produzione all’EuropAuditorium. Per la Scala, fascia più alta di 350 euro e gallerie secondo «L’Opera per Tutti», 10 giugno 2026. Il Teatro di San Carlo, il Maggio Musicale Fiorentino e il Petruzzelli non espongono listini leggibili in forma testuale: secondo le guide dello stesso sito dedicate ai tre teatri (10 giugno, 3 maggio e 21 giugno 2026), al San Carlo le poltronissime costano da 90 a 150 euro e i posti di solo ascolto 20; al Maggio, in «fasce orientative», la platea centrale da 55 a 150, galleria e loggione da 15 a 40; al Petruzzelli si va da 20 a 85 euro. FNSV: decreto direttoriale 9 luglio 2025, rep. n. 889.
Oltre confine, i grandi teatri custodiscono lo strato più economico della sala con cura particolare. A Vienna la Staatsoper vende 435 posti in piedi «ausschließlich am Tag der Vorstellung» — «esclusivamente il giorno della rappresentazione» —, e ne riserva una parte, a visibilità limitata, da quattro a sette euro ai titolari della BundestheaterCard con il suo supplemento StehplatzPLUS[53]; a Parigi l’Opéra riserva, al Palais Garnier, una categoria a dieci euro, a visibilità parziale o nulla — l’equivalente dei nostri ingressi —, in vendita due ore prima dello spettacolo alla sola biglietteria del teatro[54]; al Metropolitan di New York un programma di biglietti «rush» mette in sorteggio, per quasi ogni recita, posti di platea e di Grand Tier a 25 dollari[55]. Nessuno di questi teatri è un ente di beneficenza; eppure tutti trattano quello strato non come un costo, ma come una radice. Va detto, per equità, che il posto meno caro della Scala, l’ingresso da 10 euro, è il più basso della tavola 3. Ciò che distingue Vienna non è il prezzo, è il numero: 435 posti in piedi ogni sera, contro i centoquaranta ingressi che, per le opere, i loggionisti contano oggi alla Scala, e i 950 della fine degli anni Cinquanta.
E la Scala riceve dal Fondo nazionale per lo spettacolo dal vivo la quota più alta: 32,68 milioni di euro nel 2025, il 16,4 per cento del totale destinato alle fondazioni, contro i 19,70 dell’Opera di Roma e i 17,21 della Fenice[56]. Ricevere di più non è una colpa. Ma la giustificazione che viene spontanea — «la Scala produce di più» — merita un esame a parte.
X. «Produce di più»: in rapporto a che cosa?
In sintesi: misurata sulle alzate di sipario, la Scala non produce di più: nel 2019 ne dava il 10,7 per cento e riceveva il 15,7 per cento dei contributi statali, perché ogni sua serata costava più del doppio della media. Misurata sugli spettatori, costa al contribuente meno della media, grazie alla sala grande. Il biglietto alto non sostituisce denaro pubblico: paga, con i privati, la grandezza della macchina (tavola 4).
«La Scala produce di più»: è la risposta che si sente ripetere, quasi un riflesso, a chi domandi ragione di quel divario. Conviene prenderla sul serio, cioè misurarla; perché produrre di più, detto così, non significa nulla. Di più in rapporto a che cosa: alle recite, ai costi, agli spettatori? Le tre misure non coincidono, e ciascuna disegna una Scala diversa.
Una data, anzitutto. Le quote del Fondo oggi in vigore non misurano l’attività del 2025: sono la media, congelata per legge dal 2020, delle percentuali stabilite per il triennio 2017-2019[57]. Per la Scala il 16,05 per cento è esattamente la media delle percentuali di quel triennio: il 15,95 fissato per il 2017, il 16,10 fissato per il 2018 e per il 2019. Le fissò con suoi decreti il direttore generale per lo spettacolo dal vivo, al quale il decreto interministeriale del 6 novembre 2014 affida di determinare il contributo della fondazione, sentita la Commissione consultiva per la musica, «in considerazione della attività realizzata nel triennio precedente l’assegnazione e sulla base dei programmi di attività del triennio successivo corredati dei relativi budget preventivi»[58]. Il 2019 è l’anno da interrogare: l’ultimo del triennio le cui percentuali sono state congelate, l’ultimo esercizio ordinario prima della pandemia; e la relazione che la Corte dei conti gli ha dedicato mette a confronto, in tavole comuni, tutte e quattordici le fondazioni[59].
Le recite, prima di tutto. Nel 2019 la Scala alzò il sipario 326 volte; il Maggio Musicale Fiorentino 420, l’Accademia di Santa Cecilia 333. Delle 3.041 alzate di sipario delle quattordici fondazioni, alla Scala spettò il 10,7 per cento; dei contributi dello Stato, il 15,7; delle risorse pubbliche nel loro insieme, Stato ed enti territoriali, il 13,4. Per ogni alzata di sipario lo Stato le versò circa 102.000 euro, contro una media di circa 70.000; dal solo Stato, per ogni serata, più di lei ricevette soltanto l’Arena di Verona[60]. Sommando i contributi di Comune e Regione (tavola 4), la Scala scende al quarto posto per serata, dietro l’Opera di Roma, il San Carlo e il Regio di Torino; resta prima per la somma complessiva, e di gran lunga per i soli contributi dello Stato. Se produrre significa andare in scena, la Scala non produce di più: va in scena meno di Firenze e di Santa Cecilia, e riceve più di tutti.
Si obietterà che una recita d’opera non vale un concerto, e che gli spettacoli della Scala sono più grandi. Che cosa voglia dire «più grandi» lo spiega la stessa Corte dei conti: i costi unitari delle rappresentazioni della Scala, come quelli dell’Arena, del Regio, dell’Opera di Roma, del San Carlo e del Carlo Felice, «risultano più elevati, in relazione alla tipologia delle stesse e alle caratteristiche dell’organico di volta in volta impiegato». Il genere dello spettacolo, dunque, e le forze che vi si impiegano. Nel 2019 i costi della produzione della Scala furono di 125,9 milioni di euro, quasi un quarto di quelli di tutte e quattordici le fondazioni insieme (549,3 milioni); ogni alzata di sipario costò 386.338 euro, più del doppio della media del settore, che era di 180.617; la Scala contava 891 dipendenti su 5.107, il 17,4 per cento del settore per il 10,7 per cento delle recite, e per ciascuno sosteneva 141.354 euro di costi della produzione, contro una media di 107.550[61]. «Più grandi», nei documenti, vuol dire dunque più costosi: la Scala non produce di più, spende di più per ogni sera che produce. La stessa Corte, va detto, legge il rovescio di questi numeri come un merito: «in termini di ricavi unitari delle rappresentazioni realizzate», scrive, «i migliori risultati sono registrati dall’Arena di Verona, seguita dalla Scala di Milano». Ed è proprio questo che il sistema di riparto sapeva misurare. Per la Scala, come si è visto, contavano l’attività e i budget. Per le altre fondazioni il decreto del 2014 ripartiva metà delle risorse «in considerazione dei costi di produzione», misurati con punteggi attribuiti a ogni rappresentazione a pagamento in ragione delle forze impiegate: dodici punti per un’opera «con impiego di oltre 150 elementi in scena ed in buca orchestrale», undici oltre i cento, sette e mezzo fino a cento[62]. Un altro quarto era ripartito «in ragione del rapporto conseguito da ogni singola fondazione» fra il valore della produzione, esclusi i contributi dello Stato, e i contributi dello Stato medesimi[63]: un rapporto che un biglietto più caro, a parità di ogni altra cosa, migliora. Il metro erano le recite, le forze in scena e in buca, la capacità di incassare — e dunque, indirettamente, anche il prezzo; non il numero di chi entrava.
Gli spettatori, infine; e qui la Scala ha la sua rivincita, che va riconosciuta per intero. Nel 2019 le sue presenze paganti furono 452.069, quasi quante quelle dell’Arena di Verona (454.700) e più del doppio degli spettatori di undici delle altre tredici fondazioni[64]. Divisi per le presenze, i contributi dello Stato e degli enti territoriali fecero alla Scala circa 94 euro per spettatore, contro una media del settore di 113; soltanto l’Arena (32 euro) e Santa Cecilia (88) costavano meno al contribuente, mentre l’Opera di Roma ne costava 148, Bologna 164, Palermo 176, Trieste 229. Il merito è anzitutto della sala: per ogni recita la Scala riceveva più denaro pubblico della media, circa 130.000 euro contro 104.000, ma in ogni recita faceva entrare molti più spettatori, 1.387 contro 923; e la stessa somma, divisa per più teste, si assottiglia. Il quadro, per quanto le cifre siano confrontabili — la Corte contava «presenze paganti», i bilanci d’oggi presenze complessive —, non sembra cambiato: nel 2025 Stato, Comune e Regione hanno versato alla Scala 43,4 milioni, circa 96 euro per ciascuna delle 454.125 presenze dell’anno[65]; nello stesso anno i contributi pubblici per presenza sono stati all’Opera di Roma, che conta le presenze di tutte le sue sedi, Caracalla compresa, di circa 160 euro, al Regio di Torino di circa 148, al San Carlo di circa 149[66].
Il prezzo del biglietto, invece, in quel conto non entra. Il contributo pubblico, oggi, non si misura sull’incasso: la quota del Fondo nazionale è una percentuale fissa, che vale 32.675.548,02 euro nel 2025 come nel 2026, e nessun rincaro la riduce di un euro[67]. Il biglietto paga il resto del conto: i costi per spettatore più alti delle quattordici fondazioni, circa 279 euro nel 2019 contro una media di 196[68]. E lo paga caro. Nel 2019 i biglietti e gli abbonamenti della Scala incassarono 35,5 milioni, circa 78 euro per presenza; alla Fenice circa 65, all’Arena circa 55, al San Carlo circa 34; nelle altre sette fondazioni per le quali la relazione indica l’importo, fra 14 e 28[69]. Nel 2025 la biglietteria scaligera ha incassato circa 81 euro per presenza; quella dell’Opera di Roma circa 50, quella del Regio circa 40, quella del San Carlo circa 34[70]. Soltanto il festival estivo dell’Arena arriva a una media paragonabile, circa 81 euro nel 2024; ma sulle sue gradinate ci si siede ancora con meno di quaranta[71]. Messi insieme i due conti — quello pagato dal contribuente e quello pagato dallo spettatore —, alla Scala lo spettatore copriva nel 2019 quasi la metà della somma, il 46 per cento; alla Fenice quasi un terzo, al San Carlo poco più di un quinto, nelle altre sette fra l’8 e il 14 per cento; soltanto all’Arena, che — osserva la stessa Corte — «si giova della grande disponibilità di posti dell’anfiteatro», la quota era più alta: quasi due terzi[72]. Alla Scala, infine, andava quasi la metà di tutti i contributi privati del settore: 26,5 milioni su 53,8, circa 59 euro per spettatore contro una media di 12 nelle altre tredici fondazioni. Il biglietto alto, insomma, non fa risparmiare il contribuente: la quota pubblica non scende di un euro, e il biglietto finanzia, insieme ai privati, la differenza fra la Scala e gli altri teatri. Senza i 35 milioni della biglietteria, il contribuente pagherebbe di più, o il Teatro spenderebbe meno: è il livello della spesa, non il prezzo, che il denaro pubblico ha scelto di non discutere.
Tavola 4 — Le quattordici fondazioni nel 2019: recite, spettatori, denaro pubblico e biglietteria (euro)
| Fondazione | Alzate di sipario | Spettatori | Contributi pubblici (migliaia) | Contributi pubblici per alzata | Contributi pubblici per spettatore | Costo della produzione per alzata | Costo della produzione per spettatore | Incassi per spettatore |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| Teatro alla Scala, Milano | 326 | 452.069 | 42.383 | 130.009 | 94 | 386.338 | 279 | 78 |
| Teatro dell’Opera di Roma | 257 | 265.737 | 39.276 | 152.825 | 148 | 227.583 | 220 | n.d. |
| Maggio Musicale Fiorentino | 420 | 189.621 | 26.743 | 63.674 | 141 | 78.776 | 174 | 20 |
| Teatro Massimo, Palermo | 236 | 148.436 | 26.094 | 110.568 | 176 | 135.931 | 216 | 23 |
| Teatro di San Carlo, Napoli | 153 | 191.367 | 23.555 | 153.954 | 123 | 269.417 | 215 | 34 |
| Teatro La Fenice, Venezia | 230 | 149.097 | 20.640 | 89.739 | 138 | 150.143 | 232 | 65 |
| Teatro Lirico di Cagliari | 183 | 122.292 | 20.583 | 112.475 | 168 | 122.944 | 184 | 14 |
| Teatro Regio di Torino | 147 | 174.439 | 20.001 | 136.061 | 115 | 282.432 | 238 | n.d. |
| Accademia di Santa Cecilia, Roma | 333 | 215.714 | 18.924 | 56.829 | 88 | 94.122 | 145 | n.d. |
| Teatro Comunale di Bologna | 152 | 103.827 | 17.052 | 112.184 | 164 | 147.092 | 215 | 26 |
| Teatro Carlo Felice, Genova | 146 | 123.914 | 16.994 | 116.397 | 137 | 165.952 | 196 | 23 |
| Teatro Verdi, Trieste | 193 | 70.472 | 16.130 | 83.575 | 229 | 92.085 | 252 | 28 |
| Arena di Verona | 112 | 454.700 | 14.384 | 128.429 | 32 | 412.860 | 102 | 55 |
| Teatro Petruzzelli, Bari | 153 | 144.354 | 14.337 | 93.706 | 99 | 117.276 | 124 | 16 |
| Quattordici fondazioni | 3.041 | 2.806.039 | 317.096 | 104.274 | 113 | 180.617 | 196 | — |
Fonte: Corte dei conti, relazione sull’esercizio 2019, tabelle 14, 15 e 19 e capitoli sulle singole fondazioni; rapporti: calcolo nostro. Ordine per contributi pubblici decrescenti. Contributi pubblici: Stato ed enti territoriali, in conto esercizio. Spettatori: il dato indicato per ciascuna fondazione, secondo definizioni non uniformi (presenze paganti, spettatori paganti, biglietti venduti, presenze); per l’Arena di Verona, presenze e incasso complessivi della fondazione. Incassi: biglietti e abbonamenti; n.d. dove la relazione non ne indica l’importo (Opera di Roma, Regio di Torino) o lo comprende in una voce più ampia (Santa Cecilia).
Possiamo ora affrontare la domanda che sta sotto tutte le altre: perché una poltrona di platea debba costare alla Scala 350 euro, quando nelle altre fondazioni della tavola 3 il posto più caro sta fra i 64 e i 230 euro, e in media poco sopra i 130. I costi, da soli, non lo spiegano; e il confronto, si badi, può farsi soltanto sull’incasso medio, non sul posto più caro. Nel 2019, l’ultimo anno per il quale il confronto è completo, la Scala spendeva per ogni spettatore circa il 40 per cento più delle altre nove fondazioni per le quali abbiamo tutti i dati, ma al suo spettatore chiedeva quasi il triplo: 78 euro contro 28. Se gli avesse chiesto la stessa quota del costo che gli chiedevano quei teatri, un settimo appena, il suo biglietto medio sarebbe stato intorno ai 40 euro: la metà[73]. Non è una proposta, è una proporzione: a parità di costi e di contributi, quei 40 euro aprirebbero nel conto un vuoto di circa 17 milioni, che qualcuno — il contribuente, o una spesa più sobria — dovrebbe colmare. Ma dice che cosa il biglietto della Scala paga: non il costo, la quota del costo che si è scelto di chiedere allo spettatore.
Né lo spiegano i contributi, che, sui dati del 2019 e a parità di costi e di ogni altro ricavo, dicono cose opposte secondo il metro con cui li si misura. Per spettatore la Scala riceve meno degli altri: se ricevesse quanto quelle nove fondazioni, 146 euro a testa, potrebbe abbassare il suo biglietto medio a 26 euro; e se quelle ricevessero quanto la Scala, 94, i loro spettatori dovrebbero pagarne 81. Per recita riceve di più: se ricevesse quanto la loro media, il suo biglietto medio dovrebbe salire a 102 euro; e se quelle ricevessero quanto lei, avrebbero 60 milioni in più, più di una volta e mezza tutto ciò che incassano dai biglietti: potrebbero aprire le porte gratis, e avanzerebbe denaro. I due metri, dunque, si contraddicono: per spettatore, il minor contributo spiega una parte del biglietto più caro; per recita, non ne spiega nulla. Ciò che nessuno dei due spiega è il livello della spesa. I 350 euro li permette una sala che per l’opera si riempie oltre il 95 per cento[74]; li richiede un livello di spesa che è, anzitutto, una scelta della Fondazione. Il biglietto della Scala non paga un costo imposto: paga la grandezza della macchina.
Giustifica, questo, il divario dei contributi? Dipende da che cosa si chiede al denaro pubblico. Se gli si chiede di tenere in vita la macchina più grande e più costosa del paese, la Scala lo mette a frutto meglio di quasi tutte: il denaro pubblico copre un terzo dei suoi costi, contro quasi due terzi nelle altre tredici fondazioni insieme, e a ogni euro pubblico se ne affiancano quasi due di altra provenienza; meno della Scala dipende dal contribuente soltanto l’Arena[75]. Se gli si chiede ciò che la legge gli chiede — l’accesso di studenti e lavoratori, l’educazione musicale della collettività —, il conto si rovescia: il denaro pubblico accompagna alla Scala uno spettatore che paga di tasca propria da due volte a cinque volte e mezzo più che nella maggior parte delle altre fondazioni; e un prezzo siffatto, lo si è visto, sceglie chi entra. Per i soci pubblici, insomma, la Scala è, con la sola Arena, la più virtuosa delle fondazioni come azienda, e quella in cui lo spettatore paga di più: per ogni recita versano più della media, e ne ricavano una sala più piena, non più aperta. Il contributo non compra accesso: compra grandezza. E il Fondo, quella domanda, l’ha posta appena. Fino al 2019 misurava, per le altre fondazioni, le recite, le forze in scena e in buca, la capacità di reperire risorse, e confinava l’accesso di studenti e lavoratori in una delle sette voci sulle quali la Commissione consultiva esprimeva il suo giudizio, per un quarto delle risorse[76]; dal 2020 non misura più nulla, e ripete, anno dopo anno, le percentuali di allora. Alla Scala, per giunta, la quota si calcola sul fondo al lordo del taglio di contenimento della spesa che grava sulle sole undici fondazioni iscritte nell’elenco Istat delle pubbliche amministrazioni: il 16,05 per cento nominale diventa così il 16,4 del fondo effettivamente distribuito[77].
Del resto è la legge stessa a dichiarare provvisorio questo regime: le quote si ripartiscono, vi si legge, «nelle more della revisione della normativa di settore». Una revisione è in effetti in cantiere. La legge 15 luglio 2022, n. 106, ha delegato al Governo il «codice dello spettacolo», e con esso il riordino delle fondazioni lirico-sinfoniche; il termine, prorogato tre volte, scade ora il 31 dicembre 2026, e nessun decreto delegato risulta finora adottato. Della bozza che il Ministero ha illustrato a sindaci e Regioni nell’autunno del 2025 si sa ciò che ne ha scritto la stampa: le fondazioni si chiamerebbero «Gran Teatri d’opera», le figure del sindaco e del sovrintendente sarebbero ridimensionate, la Scala e Santa Cecilia manterrebbero le loro autonomie; quanto al pubblico, vi figurerebbe «l’incremento dei biglietti venduti attraverso attività di comunicazione e marketing». Nel luglio del 2026 la Commissione Cultura del Senato ha approvato all’unanimità una risoluzione che indica al Governo dodici linee d’intervento, «dalla triennalità dei finanziamenti al superamento del precariato». Di prezzi, e di accesso di studenti e lavoratori, in ciò che la stampa ha riferito di questi testi non abbiamo trovato parola[78]. La domanda va posta ora, prima che il nuovo codice la chiuda senza averla posta.
«Produce di più», dunque, è vero a metà, ed è la metà sbagliata: la Scala produce più costi, più incassi e, con la sola Arena, più spettatori; non produce più recite; e quanto all’accesso, che nessun riparto misura, i suoi documenti non permettono di dirlo. Finché il denaro pubblico sarà distribuito secondo ciò che un teatro faceva e spendeva prima della pandemia, e non secondo chi riesce a far entrare, la domanda da cui siamo partiti — chi può pagare la Scala? — non troverà risposta in nessun decreto di riparto.
XI. Il turista e il cittadino: una scelta politica
In sintesi: gli stranieri sono circa il 30 per cento del pubblico; ma una sala esaurita permette di fissare i prezzi su chi può pagare di più, e anche le norme spingono verso l’incasso e il turismo. Il contribuente paga il teatro, non il posto: se i posti accessibili si restringono, paga una sala più piena, non più aperta.
Chi occupa, allora, i posti che il salariato lascia? I documenti della Fondazione, che registrano l’incasso medio per recita al migliaio di euro, non pubblicano la provenienza del pubblico: non l’abbiamo trovata né nel bilancio del 2025 né nel bilancio sociale del 2023. È già un dato. Le sole cifre disponibili vengono dalle interviste: il pubblico straniero era «il 30% del totale, come prima della pandemia», secondo quanto dichiarava nel dicembre 2022, sui dati di quell’anno, il sovrintendente Dominique Meyer al «Sole 24 Ore»[79]; «il 31 per cento degli spettatori è straniero», scrivevano su «Le Monde» Tonet e Kaval[80]. Quasi un terzo di stranieri, dunque — che non sono tutti turisti, come non tutti i turisti sono stranieri —, e non la maggioranza: il turista, per quanto le cifre dicono, non ha occupato la Scala. Ma per un teatro i turisti sono i clienti perfetti — «danarosi, disposti a spendere e poco inclini alle contestazioni a uno spettacolo che non piace», secondo la sintesi con cui l’ANSA riferiva la lamentela dei loggionisti[81] —, e una sala esaurita al 95 per cento consente di fissare i prezzi sulla loro disponibilità a pagare, non su quella del residente.
Il sovrintendente lo ha detto con la franchezza del paradosso: «a 130 euro i posti di loggione centrale? Se volessimo li potremmo mettere a 500 euro»[82]. È vero; ed è proprio perché è vero che la questione non è economica. Una sala esaurita sopporta tutto: sopporterebbe i cinquecento euro, sopporterebbe i mille. La domanda non è che cosa il mercato sopporterebbe, ma per chi la Repubblica paga il teatro.
Perché la scelta — lo diciamo per giustizia — non è soltanto della Fondazione. È scritta anche nelle norme che la governano, le quali parlano due lingue. Accanto alla lingua dell’accesso c’è quella dell’incasso. Il decreto del 1996 chiede alle fondazioni «criteri di imprenditorialità ed efficienza» e, fra i criteri di riparto del contributo statale, contempla l’«andamento positivo dei rapporti tra ricavi della biglietteria e costi della produzione». La «forma organizzativa speciale» di cui la Scala è dotata dal 2015 presuppone «rilevanti ricavi propri […] non inferiori […] al 40 per cento dell’ammontare del contributo statale». Il decreto ministeriale del 2014 ripartiva un quarto della quota destinata alle fondazioni in considerazione della qualità artistica dei programmi, con particolare riguardo per quelli atti, fra l’altro, «ad attrarre turismo culturale». E la legge 22 novembre 2017, n. 175, promuove e sostiene lo spettacolo anche quale «componente dell’imprenditoria culturale e creativa e dell’offerta turistica nazionale»[83]. E la città ha fatto la sua parte. Milano ha superato nel 2024 i nove milioni di visitatori[84], e il sindaco Giuseppe Sala ha rivendicato che «l’80% del turismo a Milano è straniero» — l’Istat, per la città metropolitana, ne conta quasi due terzi —, un turismo «alto spendente che può spendere»[85]. L’aggettivo, nel lessico delle amministrazioni, è diventato un complimento; e un teatro che vive per un terzo di denaro pubblico si è trovato a servire due padroni: la legge che gli chiede di aprire le porte a studenti e lavoratori, e le politiche che gli chiedono di incassare dal visitatore facoltoso. Né si risponde con lo schermo: che LaScala TV sia gratuita dal 1° settembre 2026 è una buona notizia, ma lo streaming non è il loggione[86].
A questo si aggiunge il paradosso già visto: dal 2020 il Fondo ripete le percentuali di prima della pandemia, in deroga ai criteri generali; per il 2026, quanto alla quota principale, la media del triennio 2023-2025, che per la Scala riproduce la stessa percentuale, come dispone l’ultimo decreto di riparto[87]. Nessun indicatore, oggi, premia chi apre la sala né penalizza chi la chiude: il denaro arriva comunque, e alla Scala nella stessa misura dell’anno prima, 32.675.548,02 euro. Restano le condizioni poste dall’articolo 17 del decreto del 1996 e dall’articolo 4 del decreto del 2014 — gli impegni verso studenti e lavoratori — e la vigilanza del Ministero.
Viene poi la conseguenza più semplice del conto fatto sopra, che chiunque può rifare sui bilanci. Il contribuente non paga un posto: paga un teatro, circa 43 milioni l’anno, perché sia aperto anche a chi non potrebbe pagarne il costo pieno, che nel 2025 è stato di quasi 300 euro per presenza[88]. Si obietterà che la poltrona da 350 euro copre più del suo costo, e che il visitatore facoltoso sovvenziona, in questo senso, il posto da 40. È vero; ed è proprio per questo che il conto va fatto sui posti, non sugli euro. Se i posti che un salariato può permettersi si restringono alle file da cui si vede meno, il denaro pubblico finanzia una sala più piena, non più aperta; e il pensionato milanese che non può più permettersi il centro della galleria continua a pagarla con le imposte. È qui che la politica dei prezzi smette di essere una questione di mercato e diventa una questione di giustizia distributiva.
XII. Lavoratore, ovvero pubblico del territorio
In sintesi: le norme sui prezzi ridotti nominano condizioni sociali — studenti, lavoratori, giovani —, non residenze: «lavoratore» e «pubblico del territorio» sono, a nostro avviso, due nomi della stessa collettività, e riservare posti ai residenti contrasterebbe con il diritto europeo. Alla Scala gli incentivi seguono invece l’età: nel 2023 le tariffe per i lavoratori, dipendenti del Teatro compresi, hanno contato poco più del 2 per cento degli ingressi; degli omaggi non risultano pubblicati né il numero né un regolamento.
Torniamo alla coppia di parole che attraversa, immutata, sessant’anni di legislazione: studenti e lavoratori. Nelle norme sui prezzi ridotti il legislatore del 1967, quello del 1996 e il ministro del 2014 non hanno scritto «i cittadini»: hanno scelto due condizioni sociali. Che cosa intendono per «lavoratori»? Non una categoria professionale da certificare allo sportello — nessuno ha mai chiesto a un loggionista la busta paga —, ma la figura sociale che la Costituzione pone a fondamento della Repubblica. L’articolo 1 la dice «fondata sul lavoro»; l’articolo 3, nel secondo comma, compie un passaggio che raramente si osserva: affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale «che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese»[89]. Nella stessa frase i «cittadini» diventano «lavoratori»: il costituente usa le due parole come due nomi dello stesso soggetto. Il lavoratore della Costituzione è il cittadino colto nella sua condizione ordinaria, quella di chi vive del proprio lavoro là dove abita.
In questo senso la legge del 1967 e il decreto del 1996 parlano di lavoratori: indicano il pubblico che vive e lavora dove il teatro sorge, che può venire il martedì sera dopo l’ufficio, che si abbona, che fa la coda. Il pubblico, in una parola, del territorio. La storia lo conferma: quando la Scala diede corpo a quella norma, andò a Cinisello, a Sesto San Giovanni, a Pavia. Lo conferma la legge sullo spettacolo del 2017, che fra i fini dell’intervento pubblico pone «l’accesso alla fruizione delle arti della scena, intese come opportunità di sviluppo culturale per tutti i cittadini»[90]. E lo conferma, con le parole del nostro tempo, lo statuto della Fondazione, che le assegna «l’educazione musicale della collettività» e «la trasmissione dei valori civili fondamentali, in particolare verso i giovani», e le chiede di conservare e valorizzare il patrimonio storico-culturale dei teatri che gestisce «con particolare riferimento al territorio nel quale opera»[91]. Fra «lavoratore» e «pubblico del territorio» corre, a nostro avviso e sul piano della ratio, un’equivalenza sostanziale: sono due nomi, l’uno sociale e l’altro geografico, della stessa collettività che la legge vuole in sala e che il denaro pubblico — statale, regionale, comunale — rappresenta.
Il turista, beninteso, non è il nemico: la Scala è sempre stata una meta, e la sua fama è un patrimonio del mondo. Ma non è il destinatario di quelle norme. Nessuna delle disposizioni sui prezzi ridotti nomina il visitatore; tutte nominano condizioni sociali — studenti, lavoratori, giovani e, fra le agevolazioni, famiglie e disabili — che descrivono una comunità, non una clientela.
Una comunità, si badi, non un’anagrafe. Riservare posti o sconti ai residenti di Milano o della Lombardia contrasterebbe con il diritto dell’Unione, che vieta ai prestatori di servizi condizioni di accesso fondate sul luogo di residenza, salvo giustificazioni oggettive; e la Corte di giustizia, giudicando le tariffe dei musei italiani riservate ai residenti, ha respinto proprio l’argomento che essi ne avrebbero titolo perché pagano le imposte che finanziano l’istituzione[92]. La legge italiana, del resto, non ne ha bisogno: nomina condizioni, non certificati. Il territorio lo raggiungono gli strumenti che non chiedono dove si abita: la riduzione per chi studia o lavora, la vendita il giorno della recita, la fila sotto i portici di via Filodrammatici, le convenzioni con le scuole e con i luoghi di lavoro.
Qui il bilancio sociale del Teatro offre una cifra che vale più di un discorso. Nel 2023, su circa 450.000 spettatori, «circa 150.000 spettatori hanno fruito degli incentivi suddivisi per fasce d’età», fra i quali 35.000 senior e circa 9.500 ragazzi dei progetti Under 30 e 30-35; e, esclusi i minori, circa un quarto del pubblico aveva meno di trent’anni[93]. È un impegno reale, e lo riconosciamo. Ma gli ingressi a tariffe agevolate «riservati ad alcune categorie di lavoratori, tra cui molti CRAL e alla Consulta dei Lavoratori, oltre che ai dipendenti della Fondazione Teatro alla Scala stessa», sono stati, nello stesso anno, «circa 10.000 presenze»: poco più del due per cento del pubblico, dipendenti del Teatro compresi. Gli incentivi, dice il documento, sono «suddivisi per fasce d’età»: il criterio non è più la condizione sociale, è l’anagrafe. Il giovane e l’anziano sono accompagnati; l’adulto che lavora — non abbastanza giovane per l’Under 30, non abbastanza vecchio per la riduzione senior, non abbastanza ricco per la platea — è consegnato al listino. Il lavoratore della legge del 1967 è diventato, nella contabilità del Teatro, una voce residua. La «Consulta dei Lavoratori», erede almeno nel nome della consulta sindacale dei tempi di Grassi, sopravvive: il bilancio preventivo del 2026 dichiara che il Teatro «mantiene con la Consulta dei Lavoratori per la Promozione Culturale un proficuo rapporto instauratosi dal 1972, riservando ai lavoratori una quota fissa di posti a un prezzo convenzionato»; quanti posti, e a quale prezzo, non lo dice, e nel 2023 quella via ha contato, come si è visto, circa 10.000 presenze[94].
E il venti per cento? Il decreto chiede che almeno un quinto delle rappresentazioni sia programmato a prezzi ridotti, di almeno un quarto, per studenti, lavoratori e giovani sotto i ventisei anni, «dandone idonea pubblicità». La riduzione che il sito del Teatro offre oggi a giovani, studenti e anziani è «fino al 20%», e vale soltanto per le recite dal lunedì al giovedì, esclusi alcuni turni in abbonamento; il bilancio preventivo del 2026, per le stesse categorie, parla di «circa il 25%»; il decreto chiede un quarto come minimo, e ai lavoratori non si rivolge né l’una né l’altra[95]. Lo stesso preventivo quantifica in 79.781 i biglietti riservati nel 2026 alle diverse facilitazioni, 12.408 per l’opera: un numero di biglietti, non di rappresentazioni, che non dice quante recite siano programmate a prezzi ridotti né con quale sconto[96]. Nei documenti pubblici che abbiamo consultato — bilanci, bilancio sociale, pagine della biglietteria — non abbiamo trovato né il numero di quelle recite né la pubblicità che la norma richiede. Può darsi che esistano; se esistono, sarebbe un piacere vederli esposti con la stessa evidenza che la stagione ha riservato alla fascia premium.
E i biglietti che non si pagano affatto? Il bilancio del 2025 conta «454.125 presenze complessive» e non dice quante siano gratuite; la Corte dei conti chiamava «presenze paganti» le 452.069 del 2019; il bilancio sociale parla, per il 2023, di «450.000 spettatori circa»: tre nomi diversi per tre cifre che si possono confrontare soltanto come ordini di grandezza[97]. Degli omaggi, nei documenti pubblici della Fondazione, non abbiamo trovato né il numero né un regolamento; fra le fondazioni che abbiamo consultato, soltanto il Regio di Torino ne ha pubblicato uno[98]. Singolare contabilità, che conosce al migliaio di euro l’incasso medio per recita e non dice quanti, in quelle recite, siano entrati senza pagare. Che esistessero, e in numero tale da incidere sull’incasso medio, lo si ricava dalle parole dello stesso sovrintendente Meyer, che nel novembre 2024, parlando di incassi per serata in crescita e di prezzi rimasti fermi, diceva: «We have simply reduced the number of free tickets and tickets sold out at the last minute»; abbiamo semplicemente ridotto, cioè, il numero dei biglietti gratuiti e di quelli venduti all’ultimo minuto[99].
L’omaggio, in sé, non è uno scandalo: la legge fiscale lo prevede, e fissa perfino una soglia. Fino al 5 per cento dei posti di ciascun settore il biglietto gratuito resta fuori dall’IVA; oltre, si tassa come se fosse stato venduto al prezzo intero più alto della sua categoria[100]. Né mancano i numeri: ogni biglietto, anche gratuito, esce dal sistema di biglietteria automatizzata, e i riepiloghi trasmessi alla SIAE distinguono i titoli interi, ridotti e gratuiti[101]. Il dato esiste, dunque: manca soltanto la sua pubblicazione. E la mancanza tocca il cuore del nostro discorso. La legge vuole che l’accesso agevolato segua una condizione sociale, e che lo si dichiari; l’omaggio è una scelta di chi lo concede, e se non è regolato né pubblicato nessuno, fuori dal Teatro, può sapere a chi vada. Quanto al tasso di saturazione, se non distinguesse i posti venduti dai posti regalati, misurerebbe la sala piena, non la sala venduta. Non sappiamo se gli omaggi della Scala siano molti o pochi; sappiamo che chi paga 130 euro in seconda galleria merita di saperlo.
XIII. Lo statuto e i suoi custodi
In sintesi: lo statuto nomina per primo, fra i destinatari degli spettacoli, il «pubblico dei Teatri», quello che siede in sala; gli atti che hanno deciso i nuovi prezzi non risultano pubblicati, e il 17 settembre 2026 il Ministero della Cultura ha chiesto alla Fondazione «elementi informativi». Il rincaro dei 36 posti vale meno di un millesimo del valore della produzione: non serve ai conti, sposta una soglia.
Lo statuto della Fondazione, approvato il 18 dicembre 2019, contiene una frase che sembra scritta per il caso nostro. All’articolo 2, dopo aver indicato i fini, dice come si perseguono: mediante spettacoli «destinati al pubblico dei Teatri, della radio, della televisione, di tutti i mezzi attraverso i quali raggiungere anche nuovi pubblici, compresi quelli attuali e futuri»[102]. Si discuta pure se quel «compresi quelli attuali e futuri» si riferisca ai pubblici o ai mezzi; conta l’avverbio che viene prima: anche. I pubblici nuovi si aggiungono, non si sostituiscono; e il primo destinatario che la norma nomina è «il pubblico dei Teatri», quello che siede in sala. L’abbonato di galleria da trent’anni, il pensionato del loggione, lo studente che fa la coda sono quel pubblico. Una politica dei prezzi che li allontana forse non viola la lettera di un articolo — non spetta a queste pagine giudicarlo —, ma contraddice apertamente, a nostro avviso, lo spirito della carta fondamentale del Teatro. È questa la mancanza di rispetto dello statuto che denunciamo: non un’infrazione da codice, ma una distanza, ogni stagione più larga, fra ciò che lo statuto dice e ciò che la biglietteria fa.
Lo statuto prevede anche i suoi custodi. Riserva al Consiglio di amministrazione, fra i poteri che esso esercita «in via esclusiva» e che sono «non delegabili», la determinazione delle «linee d’indirizzo strategico-industriali-finanziarie» della Fondazione; stabilisce che «tutti i soggetti finanziatori pubblici o privati concorrono all’attività della Fondazione nel rispetto dell’autonomia e delle finalità culturali della stessa»; affida al Collegio dei revisori la vigilanza «sull’osservanza della legge e dello Statuto»[103]. Se la ridefinizione delle fasce di prezzo e la riclassificazione di posti storici siano «linee d’indirizzo» o semplici atti di gestione, e quale organo le abbia deliberate, è precisamente ciò che alcuni cittadini — chi scrive fra loro — e l’associazione Liberi Loggionisti hanno chiesto di sapere; al momento in cui scriviamo, gli atti non risultano pubblicati.
Resta la vigilanza dello Stato. Il 17 settembre 2026 la Direzione generale Spettacolo del Ministero della Cultura ha scritto alla Fondazione, e per conoscenza all’associazione Liberi Loggionisti, chiedendo «elementi informativi» sull’istanza presentata dall’associazione e «sul rispetto del quadro normativo», richiamando espressamente l’articolo 17 del decreto del 1996 sulla conservazione dei diritti[104]. La norma che lega i diritti delle fondazioni agli impegni verso studenti e lavoratori non è dunque lettera morta: l’autorità che ha il compito di farla osservare l’ha richiamata.
Il sovrintendente, dal canto suo, ha detto di trovare l’aumento «ragionevole» — «mi dispiace se qualcuno lo trova eccessivo» —, ha precisato che si tratta di un adeguamento «solo per i posti centrali», mentre per quelli a visuale limitata, a suo dire, i prezzi sono stati abbassati, e ha concluso: «Non trovo che sia una cosa esagerata, non cambia la vita»[105]. Trenta euro, in effetti, non cambiano la vita. La cambiano quando si ripetono dieci volte in un abbonamento, quando si sommano ad altri, quando vengono chiesti a chi vive di una pensione di mille euro; e soprattutto la cambiano a un teatro, perché è così — trenta euro alla volta, trentasei posti alla volta — che una sala cambia pubblico senza che nessuno l’abbia mai deciso.
C’è, infine, la misura economica dell’operazione. Trentasei posti per trenta euro fanno 1.080 euro a recita. Anche nell’ipotesi, esagerata, che tutte le 95 recite d’opera del 2025 fossero state di fascia alta, si arriverebbe a poco più di centomila euro[106]: meno di un millesimo del valore della produzione, il due e mezzo per cento dell’aumento di biglietteria previsto per il 2027. Non è nel loggione che si fanno i conti del Teatro: i quattro milioni attesi vengono dalla platea, dalla fascia premium, dagli abbonamenti, dai palchi. Il sovrintendente ha spiegato la riclassificazione come un riallineamento per visibilità: i centrali salgono, i laterali scendono. Sarà così; ma un riallineamento che al bilancio dà un millesimo e a trentasei posti storici chiede il trenta per cento in più ha, qualunque ne sia lo scopo, un effetto che si misura: sposta di trenta euro la soglia oltre la quale un salariato siede al centro della galleria.
XIV. Il pubblico che si organizza
In sintesi: dagli Amici del Loggione (1973) ai Liberi Loggionisti (luglio 2026), il pubblico delle gallerie difende la vendita del giorno della recita, che i loggionisti dicono scesa da duecento a centoquaranta posti, e chiede un teatro «che non selezioni il proprio pubblico per censo».
Quando un’istituzione ascolta poco, il pubblico si organizza; e il pubblico della Scala ha una lunga pratica di organizzazione. L’Associazione Amici del Loggione, nata nel 1973, è da mezzo secolo la memoria vivente delle gallerie[107]. Nella primavera del 2026, quando si diffuse la voce che i biglietti venduti il giorno stesso della recita sarebbero stati ridotti o spostati in rete, duecentotrenta loggionisti scrissero alla direzione ricordando che quei posti, duecento per ogni spettacolo prima degli anni degli Arcimboldi, erano già scesi a centoquaranta — ottanta per concerti e balletti —, e chiedendo di mantenerne la vendita al botteghino «nel nome di una inclusività sostanziale e non solo esibita»; il Teatro, in quegli stessi giorni, fece sapere che non esisteva «alcun progetto di riduzione»[108]. Alla fine degli anni Cinquanta, lo ricordiamo, gli ingressi potevano essere novecentocinquanta. Le ragioni della differenza sono molte, e non tutte discutibili — la sala è stata rifatta, le norme di sicurezza non sono quelle di allora —; ma il numero resta.
Già nel 2024 l’Associated Press aveva riferito che il sovrintendente uscente, Dominique Meyer, aveva portato l’incasso giornaliero a 236.000 euro, con un aumento del 22 per cento, «largely by eliminating last-minute discounted tickets that he said ‘poisoned’ the market»: in gran parte, cioè, eliminando i biglietti scontati dell’ultimo minuto, che a suo dire «avvelenavano» il mercato[109]. Va distinto ciò che è stato eliminato da ciò che resta: gli ingressi del giorno stesso — centoquaranta secondo i loggionisti, centocinquanta secondo «Le Monde», a una decina di euro — esistono ancora; a sparire sono stati gli sconti dell’ultima ora sui posti invenduti. Il decreto del 2014, lo abbiamo visto, chiede alle fondazioni di offrire «biglietti a prezzo ridotto a decorrere da un’ora prima di ogni rappresentazione»: a stare al decreto, i biglietti dell’ultima ora non sono un veleno del mercato, sono un impegno. A Vienna i posti in piedi, quattrocentotrentacinque, si vendono soltanto il giorno della recita.
Poi, l’8 giugno 2026, i volantini lanciati dal loggione prima della Carmen, «contro l’espulsione degli abbonati»[110]; il gruppo Facebook «Difendiamo il Loggione»; e, il 13 luglio, un’associazione nuova, Liberi Loggionisti, fondata a Milano da sei fra loggionisti e abbonati delle gallerie, con uno scopo scritto nell’atto costitutivo: «la tutela dell’accessibilità economica e sociale dei teatri lirici italiani e del pubblico dei loro settori popolari, a cominciare dal loggione del Teatro alla Scala di Milano»[111]. Il suo statuto guarda alle quattordici fondazioni lirico-sinfoniche e prevede sezioni territoriali; la sua richiesta sta in una riga che vorremmo vedere incisa sopra la biglietteria: «Un teatro che non selezioni il proprio pubblico per censo: le gallerie sono la porta d’ingresso dell’opera, non il suo piano nobile». La questione, del resto, è uscita dal loggione da tempo: l’ANSA ha dato conto della protesta, e ha ripreso un passo di queste stesse pagine[112].
XV. Congedo
Fra il 1920 e il 1921 Milano fece suo il teatro, per sottrarlo a pochi. La città, e poi la Repubblica, ne fecero un luogo in cui la stratificazione dei posti non chiudeva la porta a chi viveva del proprio lavoro: nel secondo dopoguerra il loggione costava mezza giornata di lavoro, e il suo prezzo reale restava fermo come resta ferma una promessa. Sarebbe un curioso destino se, cent’anni dopo, quel teatro tornasse a pochi altri, con la sola differenza che questi non possiedono i palchi: li noleggiano, una sera alla volta, al prezzo che il mondo è disposto a pagare.
Non chiediamo alla Scala di essere povera: le chiediamo di essere pubblica. Il suono non ha settori; il biglietto sì. Una fondazione che riceve dallo Stato, dalla Regione e dal Comune un terzo del suo bilancio non vende uno spettacolo a dei clienti: restituisce un bene a una collettività, e fra i doveri di quella restituzione c’è il più semplice di tutti, lasciare aperta la porta di sopra. La legge la chiama accesso di studenti e lavoratori; lo statuto, educazione musicale della collettività. Noi, più semplicemente, la chiamiamo loggione.
[1] Istat, Il valore della moneta in Italia dal 1861 al 2025, tavole e nota informativa pubblicate il 31 luglio 2026 (https://www.istat.it/tavole-di-dati/il-valore-della-moneta-in-italia-dal-1861-al-2025/). I coefficienti nascono dal rapporto fra gli indici dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI, al netto dei tabacchi dal 1992, base 1913 = 1: 0,901 nel 1893; 4,168 nel 1921; 122,716 nel 1946; 231,260 nel 1951; 382,339 nel 1965; 7.335,532 nel 2011; 7.848,705 nel 2019; 7.971,102 nel 2021; 8.613,686 nel 2022; 9.080,324 nel 2023; 9.156,822 nel 2024; 9.286,869 nel 2025); per le lire si divide poi per 1.936,27. L’Istat avverte che i coefficienti sono calcolati «per sole finalità di analisi storica». Tutte le conversioni in euro del 2025 che compaiono nel testo e nelle tavole sono nostre, eseguite su questi indici.
[2] Teatro alla Scala, Storia dei palchi, percorso «Teatro pubblico» (https://storiadeipalchi.teatroallascala.org/percorsi/5db2fa2a3532350043000355-teatro-pubblico): «La continuità di una storia secolare si interrompe nel 1920, con la costituzione dell’Ente autonomo Teatro alla Scala per un periodo di prova di nove anni».
[3] Ministero della Cultura, Sistema informativo unificato per le Soprintendenze archivistiche (SIUSA), scheda del soggetto produttore «Ente autonomo Teatro alla Scala» (https://siusa-archivi.cultura.gov.it/cgi-bin/siusa/pagina.pl?TipoPag=prodente&Chiave=60408): l’Ente «fu infine istituito nel 1920 in base ad una convenzione tra Comune e palchettisti, ed eretto in ente morale col r.d. 29 dicembre 1921, n. 2143, che ne approvava lo statuto».
[4] Storia dei palchi, cit.: la stima, affidata a «tre periti, due di parte e uno scelto dal Comune e dai palchettisti», «si conclude nel 1921: nel loro insieme, esclusi i due palchi demaniali (nn. 1-2, II ordine sinistro) e quello Reale, vengono valutati sette milioni e quindicimila lire». Il regio decreto 26 febbraio 1928, n. 562, convertito nella legge 17 giugno 1929, n. 1163, autorizzò il Comune di Milano a chiedere «l’esproprio per pubblica utilità»; i singoli decreti di esproprio furono affidati al prefetto. Conversione nostra: 7.015.000 lire del 1921 corrispondono a circa 8,07 milioni di euro del 2025.
[5] Google Arts & Culture, The theatre and its audience from founding to the post-war period, a cura di James Imam e del Teatro alla Scala (https://artsandculture.google.com/story/the-theatre-and-its-audience-from-founding-to-the-post-war-period-teatro-alla-scala/cwUhzpI1huwZIQ): «Emilio Caldara, mayor of Milan, invited Arturo Toscanini to become music director. The maestro accepted on the condition La Scala would become a self-governing organisation free from the influence of box owners and patrons». Traduzione nostra: «Emilio Caldara, sindaco di Milano, invitò Arturo Toscanini a diventare direttore musicale. Il maestro accettò a condizione che la Scala diventasse un’organizzazione autonoma, libera dall’influenza dei proprietari dei palchi e dei mecenati».
[6] SIUSA, scheda cit.: la Scala risultava «l’unico soggetto che, in possesso di predeterminati requisiti, fosse in grado di beneficiare dell’addizionale del 2% sul prezzo dei biglietti venduti per spettacoli e intrattenimenti» prevista dal d.l. 4 maggio 1920, n. 567.
[7] Ivi, versione italiana (…?hl=it): «24 spettacoli nella stagione 1921/22 furono offerti a ‘prezzi accessibili’ (anche se, in pratica, i prezzi rimasero proibitivi)»; nel testo inglese: «La Scala pledged to deliver concerts at the Teatro del Popolo, an ex-warehouse seating 2,000, at prices that were anything but prohibitive» («la Scala si impegnò a dare concerti al Teatro del Popolo, un ex magazzino da 2.000 posti, a prezzi tutt’altro che proibitivi»; traduzione nostra). Sul Teatro del Popolo cfr. la Società Umanitaria (https://www.umanitaria.it/storia/le-iniziative/educazione/sodalizio-teatro-alla-scala).
[8] Siel Agugliaro, «Noi siamo, si sa, della Scala la banda». Appunti per una storia sociale del loggione della Scala nel secondo Novecento, in Identità di luogo, pluralità di pratiche. Componenti sonore e modalità partecipative nel contesto urbano milanese, «Molimo. Quaderni di antropologia culturale e etnomusicologia», Mimesis, 2016, pp. 21-50, con rinvio al verbale della seduta della Commissione amministrativa e direttiva del Teatro del 29 luglio 1893 (Archivio storico del Teatro alla Scala) e, per il salario, a Giovanni Vigo (1977, p. 57): «nel 1890 un operaio milanese percepiva una paga giornaliera di circa 2 lire e 90 centesimi». Conversioni nostre: 2,50 lire del 1893 = 13,31 euro del 2025; 6 lire = 31,94 euro.
[9] Ivi: «Secondo una piantina di quegli anni […], gli spettatori avevano a disposizione 203 posti numerati nella seconda galleria e 201 nella prima; oltre a questi, la biglietteria poteva vendere fino ad un massimo di 750 ingressi in piedi, per un totale di oltre 1150 presenze». La pianta, precisa l’autrice, non è datata, ma il numero dei posti «coincide con i dati di biglietteria relativi alla stagione 1923-24».
[10] Locandina del concerto dell’11 maggio 1946 (Parma, Casa della Musica), riprodotta con trascrizione su Google Arts & Culture (https://artsandculture.google.com/asset/concerto-d-inaugurazione-del-teatro-alla-scala-ricostruito-11-maggio-1946/SQFOw3wHEPlOqg): «TEATRO ALLA SCALA (ENTE AUTONOMO) STAGIONE SINFONICA MAGGIO GIUGNO 1946 […] SABATO 11 MAGGIO 1946 alle ore 21 precise […] PREZZI Palchi e Poltrone di Platea esauriti Ingresso ai Palchi L. 1000 Poltrone di Prima Galleria L. 2000 Ingresso alla Prima Galleria 350 Poltrone Seconda Galleria 1000 Ingresso alla Seconda Galleria»; il prezzo di quest’ultimo ingresso non è leggibile nella trascrizione. Conversioni nostre: 2.000 lire del 1946 = 78,17 euro del 2025; 1.000 lire = 39,08; 350 lire = 13,68. La locandina precisa che i prezzi si intendono «escluse le tasse» (per le poltrone, «compreso l’ingresso, escluse le tasse»): le conversioni sono dunque su prezzi netti d’imposta.
[11] Agugliaro 2016, cit., con rinvio all’Annuario statistico italiano dell’Istat, 1952, p. 358. Conversione nostra: 600 lire del 1951 = 12,44 euro del 2025.
[12] Ivi: «Nella stagione 1952-53, ad esempio, i posti numerati a sedere nelle due gallerie erano 409»; «Alla fine degli anni Cinquanta, la biglietteria aveva la facoltà di vendere fino a 950 ingressi, di cui solo poche centinaia potevano trovare posti a sedere sulle panche non numerate», dai registri delle presenze della stagione 1959-60.
[13] Siel Agugliaro, Tra promozione culturale e impegno politico. Teatro alla Scala e dintorni alla vigilia del Sessantotto, nota 17 (testo consultabile su academia.edu): «nonostante le poltrone di platea continuassero ad essere ampiamente fuori dalla portata degli operai milanesi — il costo del biglietto oscillava tra le 4.000 e le 6.000 lire, cioè una cifra corrispondente a due o tre giornate di lavoro di un manovale comune —, le gallerie avevano mantenuto i prezzi del 1955-56 […] con 1.000 lire, il costo di una poltroncina di galleria, era possibile acquistare un posto a sedere nel loggione della Scala». Il contesto è la prima dell’Atomtod di Giacomo Manzoni alla Piccola Scala, il 24 marzo 1965. Conversioni nostre: 1.000 lire del 1965 = 12,54 euro del 2025; 4.000-6.000 lire = 50-75 euro. Se 4.000-6.000 lire valevano due o tre giornate, la giornata del manovale valeva circa 2.000 lire, e le 1.000 lire del loggione circa mezza giornata (calcolo nostro). La nota non nomina il teatro: riferiamo le cifre alla Piccola Scala, di cui commenta i prezzi.
[14] Legge 14 agosto 1967, n. 800, «Nuovo ordinamento degli enti lirici e delle attività musicali», art. 1 (testo in https://www.edizionieuropee.it/law/html/51/zn88_05_006.html; testo ufficiale su normattiva.it).
[15] Ivi, art. 7. Lo statuto vigente della Fondazione richiama ancora la norma all’art. 1.3: la Fondazione «è ente di particolare interesse nazionale, ai sensi dell’art. 7 della Legge 14 agosto 1967 n. 800».
[16] Ivi, art. 19. La norma non risulta espressamente abrogata: il d.lgs. 23 aprile 1998, n. 134 (poi dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale), nell’abrogare il titolo II della legge, la eccettuava espressamente («ad eccezione degli articoli 6, 7, 16, 19, 23»: art. 9, testo in https://leg13.camera.it/parlam/leggi/deleghe/testi/98134dl.htm). Se essa vincoli direttamente le fondazioni subentrate agli enti è questione discussa; il suo contenuto è comunque ripreso quasi alla lettera dall’art. 4 del d.m. 3 febbraio 2014 (v. oltre).
[17] Sulla contestazione del 7 dicembre 1968 cfr. «Il Decoder», 6 dicembre 2024, articolo redazionale sulla testimonianza di Mario Capanna (https://www.ildecoder.com/mario-capanna-ex-leader-studentesco-del-68-racconta-la-prima-protesta-alla-scala/), che così la racconta: «Un fitto lancio di uova e cachi fa scempio di abiti da sera, smoking e pellicce».
[18] Giorgio Taffon, voce «Grassi, Paolo», in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 58, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2002 (https://www.treccani.it/enciclopedia/paolo-grassi_(Dizionario-Biografico)/). Grassi fu nominato sovrintendente il 16 febbraio 1972.
[19] Angela Ida De Benedictis, Claudio Abbado alla Scala. Gli esordi, l’attività concertistica e la promozione culturale. 1968-1986, in Ascoltare il silenzio: Claudio Abbado, a cura di Gastón Fournier-Facio, il Saggiatore – Fondazione Claudio Abbado, Milano 2015, pp. 47-65: «concerti per lavoratori e studenti a prezzi popolari (cominciati nel 1972)»; «Tra i concerti nelle fabbriche sono da menzionare quelli del 19 e del 20 novembre 1974, alla Breda Termomeccanica di Sesto San Giovanni e allo stabilimento Necchi di Pavia»; i palazzetti di Cinisello Balsamo ospitarono l’Orchestra il 12 novembre 1973, l’11 novembre 1974, il 13 e il 15 novembre 1975.
[20] Teatro alla Scala, pagina «Amici del Loggione» (https://www.teatroallascala.org/it/il-teatro/vicino-alla-scala/amici-del-loggione.html), che riporta per intero il saluto di Grassi: «Si è costituita una associazione giovane e densa di significato, gli Amici del Loggione, spettatori che danno il sale al nostro lavoro […]». Per la data di fondazione, il 31 gennaio 1973: «Punto e Linea Magazine», 16 novembre 2023 (https://www.puntoelineamagazine.it/50-anniversario-degli-amici-del-loggione/).
[21] D.lgs. 29 giugno 1996, n. 367, «Disposizioni per la trasformazione degli enti che operano nel settore musicale in fondazioni di diritto privato», art. 3, commi 1 e 2 (testo consolidato in https://www.edizionieuropee.it/LAW/HTML/20/zn42_05_077.html; testo ufficiale su normattiva.it).
[22] SIUSA, scheda cit.: «Con decreto del 31 ottobre 1997 […] all’Ente autonomo successe nel 1998 la Fondazione Teatro alla Scala». Lo statuto vigente (art. 1.1) definisce la Fondazione «costituita per trasformazione dell’Ente Autonomo Teatro alla Scala, ai sensi dell’art. 2, commi 57 e seguenti della Legge 28 dicembre 1995 n. 549 e dell’art. 2 del Decreto Legislativo 29 giugno 1996 n. 367».
[23] Corte costituzionale, sentenza n. 503 del 2000, depositata il 18 novembre (https://www.giurcost.org/decisioni/2000/0503s-00.html), che «dichiara l’illegittimità costituzionale del decreto legislativo 23 aprile 1998, n. 134»; d.l. 24 novembre 2000, n. 345, «Disposizioni urgenti in tema di fondazioni lirico-sinfoniche», convertito con modificazioni dalla legge 26 gennaio 2001, n. 6, art. 1, comma 2: la fondazione «è disciplinata, per quanto non espressamente previsto dal presente decreto, dal decreto legislativo 29 giugno 1996, n. 367 […], dal codice civile e dalle disposizioni di attuazione del medesimo»; comma 3: lo statuto ne specifica le finalità «con riferimento a quanto previsto dagli articoli 3 e 10 del decreto legislativo».
[24] D.lgs. 367/1996, art. 17, «Conservazione dei diritti», comma 1, lett. b), e comma 2 (testo cit.). Le altre condizioni del comma 1 riguardano le opere di compositori nazionali, il coordinamento con altri enti musicali e l’incentivazione della produzione musicale nazionale.
[25] Ivi, art. 19, «Vigilanza», comma 1; il comma 2 consente ispezioni e, all’esito, di «pronunciare […] la decadenza dai diritti e dalle prerogative riconosciuti dalla legge agli enti originari».
[26] D.m. 3 febbraio 2014, «Criteri generali e percentuali di ripartizione della quota del Fondo unico per lo spettacolo, destinata alle fondazioni lirico-sinfoniche» (G.U. n. 116 del 21 maggio 2014), art. 4, comma 1, lett. d), e comma 2, lett. b) (testo in https://www.federculture.it/wp-content/uploads/2015/01/DECRETO-3-FEBBRAIO_FUS-FONDAZIONI-LIRICO-SINFONICHE.pdf). Dal 2020 il riparto del Fondo avviene per legge sulla media delle percentuali storiche, in deroga ai criteri generali del decreto (v. oltre); l’art. 4 non risulta abrogato.
[27] D.m. 28 febbraio 2006, «Disposizioni in materia di coordinamento delle fondazioni lirico-sinfoniche» (G.U. n. 73 del 28 marzo 2006), art. 4, comma 1: le fondazioni «favoriscono: a) offerta di biglietti a prezzo ridotto a decorrere da un’ora prima di ogni rappresentazione, secondo proposte formulate in base all’analisi dell’utenza; b) facilitazioni per famiglie […]; c) riduzione del prezzo del biglietto da un minimo del 25% ad un massimo del 50% per i giovani di età inferiore ai 26 anni»; comma 2: «salvi gli obblighi derivanti dall’art. 17, comma 1, lettera b), del decreto legislativo 29 giugno 1996, n. 367» (testo in https://www.wipo.int/wipolex/en/legislation/details/10365).
[28] Fondazione Teatro alla Scala, Bilancio di esercizio 2025, p. 20 della numerazione del PDF, paragrafo sull’attività di promozione culturale (https://teatroallascala.portaletrasparenza.net/download/bilanci/49/6a5decf3008f40.26469285.pdf).
[29] Bilancio di esercizio 2025, cit., pp. 7 e 19-23 della numerazione del PDF: «454.125 presenze complessive»; «Gli incassi netti di Biglietteria ed Abbonamenti sono risultati pari a 36,6 milioni di euro, in aumento di 2,5 milioni rispetto allo scorso anno»; valore della produzione di 133,2 milioni; «Il tasso di saturazione medio della sala per l’Opera è risultato superiore al 95%, contro il 92% del 2024», e, «per avere un termine di riferimento del periodo pre-pandemico», «l’80% del 2019»; «Gli incassi medi per recita d’Opera passano dai 244.000 del 2024 ai 249.000 del 2025», «249.000 euro contro i 194.000 euro del 2019»; contributi: Stato 36.128 migliaia di euro, Comune di Milano 4.000, Regione Lombardia 3.308, fondatori non di diritto 25.980. Sul risultato, p. 17: il bilancio «ha mantenuto il trend di risultati positivi […] grazie ad un utile d’esercizio di 165 migliaia di euro»; costi della produzione 133,4 milioni (p. 19).
[30] Fondazione Teatro alla Scala, Bilancio preventivo 2026, p. 3 (https://teatroallascala.portaletrasparenza.net/download/bilanci/46/6a5df04718c3d1.09259011.pdf): «i biglietti sono stati messi in vendita applicando le stesse fasce di prezzo del 2025 per le varie tipologie di spettacoli»; per il balletto, «su 7 titoli programmati (compreso il Gala Fracci), 2 si collocano nella fascia da 215 euro, 3 nella fascia da 180 euro e 2 nella fascia da 150 euro; anche in questo caso il mix determina un innalzamento del valore medio dei biglietti, seppure in misura più lieve».
[31] ANSA, 27 aprile 2026, «Cda Scala approva bilancio 2025, più cara la Prima del 7 dicembre» (https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/musica/2026/04/27/cda-scala-approva-bilancio-2025-piu-cara-la-prima-del-7-dicembre_057546f5-46ea-45de-bcb8-d3c01e408686.html). Lo stesso lancio anticipava per la Prima un aumento «da 3mila a circa 3300 euro», superato dal piano economico del 19 maggio.
[32] ANSA Lombardia, 19 maggio 2026, «La Scala si aspetta 4,1 milioni in più dalla biglietteria nel 2027» (https://www.ansa.it/lombardia/notizie/2026/05/19/la-scala-si-aspetta-41-milioni-in-piu-dalla-biglietteria-nel-2027_aaaf55b2-2af3-4c02-aa81-ae6bdf82df8e.html). Sulla fascia «premium»: «(che costano il 15% in più) ovvero in platea le prime file, i posti di corridoio del settore più vicini al palcoscenico e la fila M […] e i primi posti dei palchi centrali». Il prezzo massimo di 3.500 euro per la Prima del 2026 è confermato da «Il Giorno», 3 maggio 2026 (https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/eccellenza-artistica-e-meno-costi-a297300e): «3.500 euro il biglietto più costoso contro i 3.200 degli anni scorsi».
[33] Lo abbiamo documentato in «Il posto accanto», commentimusicali.it, 9 giugno 2026 (https://commentimusicali.it/attualita/aumento-biglietti-scala-2026-2027/): «Là dove la platea — e i palchi migliori — si fermavano a trecento euro, ora si apre un gradino nuovo a trecentocinquanta». Il riepilogo dei prezzi 2026/2027 pubblicato da «L’Opera per Tutti» il 10 giugno 2026 indica, per le opere di fascia più alta, «Platea e palchi centrali: da 200 a 350 euro».
[34] ANSA, 3 giugno 2026, «Aumentano i prezzi della Scala, loggionisti sul piede di guerra» (https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/musica/2026/06/03/aumentano-i-prezzi-della-scala-loggionisti-sul-piede-di-guerra_fbc8edd2-f917-4e85-880f-0808e1f8da72.html).
[35] ANSA, 4 giugno 2026, «Ortombina, l’aumento dei biglietti de la Scala è ragionevole» (https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/musica/2026/06/04/ortombina-laumento-dei-biglietti-de-la-scala-e-ragionevole_c4ab5c4e-7ca7-488b-b364-db905250f7b9.html). I prezzi degli abbonamenti a data fissa della stagione 2026/2027 sono confermati dalla pagina del Teatro «Fixed date subscriptions» (https://www.teatroallascala.org/en/season/box-office/subscriptions/fixed-date-subscriptions.html): dieci opere, gallerie 1.050 e 800 euro; platea e palchi 2.500, 2.200 e 1.900.
[36] ANSA Lombardia, 4 giugno 2026, «Alla Scala cancellato l’aumento del biglietto per chi è sedia a rotelle» (https://www.ansa.it/lombardia/notizie/2026/06/04/alla-scala-cancellato-laumento-del-biglietto-per-chi-e-sedia-a-rotelle_773edf53-4066-444d-9d70-83caf671667d.html): «Contrordine: il teatro alla Scala torna indietro e cancella l’aumento deciso lo scorso anno dei biglietti riservati alle persone in sedia a rotelle da 80 a 130 euro»; «La scelta era stata fatta prima dell’arrivo dell’attuale sovrintendente». Per gli altri biglietti riservati a spettatori con disabilità resta, secondo la stessa fonte, lo sconto del 25 per cento.
[37] «Il Sole 24 Ore», 4 dicembre 2011, riprodotto in Italian News Clicks, Harvard University (https://italiannewsclicks.fas.harvard.edu/2011/12/04/don-giovanni-alla-scala): «le poltrone e i posti nei palchi cosiddetti pregiati […] costano duemila euro più il 20 per cento del diritto di prevendita, per un totale di duemilaquattrocento euro»; i palchi meno panoramici scendono a cinquecento euro, «sempre diritti di prevendita esclusi», «e per la piccionaia, che va dai 350 ai 50 euro». L’anteprima per gli under 30 costava 10 euro.
[38] «Fanpage», 7 dicembre 2021 (https://www.fanpage.it/milano/prima-della-scala-2021-quanto-costa-il-biglietto-per-il-macbeth-di-verdi/): «I biglietti per la Prima costano da 120 a 3.000 euro»; in galleria, «in zona tre i biglietti costano 240 euro, in zona due costano 360 euro mentre in zona uno […] è di 420 euro». Per il 2022 la tabella ufficiale del Teatro (https://www.teatroallascala.org/it/stagione/biglietteria/biglietti/prezzi-opera.html) indica, per il Boris Godunov, fasce da 2.500 a 50 euro, con l’avvertenza: «Sul prezzo dei biglietti acquistati si applica un diritto di prevendita pari al 20%».
[39] Teatro alla Scala, «Don Carlo – 7 December 2023» (https://www.teatroallascala.org/en/season/box-office/tickets/don-carlo-7-december-2023.html): fasce di 3.200, 2.300, 1.920, 900, 640, 450, 380, 260, 130 e 50 euro, con l’avvertenza che dalla stagione 2023/2024 i prezzi indicati comprendono i diritti di prevendita. La ripartizione per settori è nelle cronache: «Fanpage», 7 dicembre 2023 (https://www.fanpage.it/milano/prima-della-scala-2023-quanto-costa-il-biglietto-per-il-don-carlo-di-verdi/), per la prima e la seconda galleria: «il prezzo infatti varia dai 130 euro e fino ai 450 euro»; «Trend Online», 18 novembre 2024 (https://www.trend-online.com/2024/11/18/prima-scala-biglietti-prezzo/), per la galleria: «Si parte infatti da un massimo di 450 euro» nella zona 1, mentre «bastano infatti 130 euro per la zona 4 e 50 euro per la zona 5»; e «Il Giorno», 1° dicembre 2024 (https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/prima-scala-2024-costo-biglietti-jq1332of): «per la Prima i prezzi vanno da 3.200 a 130 euro. Per le repliche, da 300 a 36 euro».
[40] ANSA Lombardia, 19 maggio 2026, cit.
[41] Giacomo Gambassi, «Avvenire», 4 ottobre 2019 (https://www.avvenire.it/agora/spettacoli/la-prima-alla-scala-i-loggionisti-28-ore-in-coda-per-un-biglietto-di-tosca_40968), per la Tosca: «il biglietto minimo costasse 110 euro e quelli di platea 3mila euro ognuno». Conversione nostra: 3.000 euro del 2019 = 3.549,70 euro del 2025; 2.400 euro del 2011 = 3.038,43.
[42] Aureliano Tonet e Allan Kaval, «Le Monde», nella traduzione pubblicata da «Internazionale» il 6 marzo 2025, «Alla Scala vanno in scena le passioni del paese» (https://www.internazionale.it/magazine/aureliano-tonet/2025/03/06/alla-scala-vanno-in-scena-le-passioni-del-paese): «Il prezzo dei biglietti della prima è sempre stato alto»; «nei corridoi del teatro si sente parlare meno italiano (il 31 per cento degli spettatori è straniero)»; «Prima di ogni rappresentazione 150 biglietti del loggione sono messi in vendita a una decina di euro».
[43] Adnkronos, 4 dicembre 2025 (https://www.adnkronos.com/spettacoli/teatro-alla-scala-incassi-biglietti-prezzi_7f5iIpeH71twsYc0PMvcC1): «si va dai 150 euro per un posto in galleria fino a 3.200 euro per la platea e i palchi con affaccio in prima fila».
[44] Contratto collettivo nazionale dei metalmeccanici dell’industria, rinnovo sottoscritto il 22 novembre 2025 da Federmeccanica, Assistal, Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm-Uil: minimo tabellare del livello D1 dal 1° giugno 2026, 1.784,94 euro lordi (tabelle riportate da «FiscoeTasse», 30 giugno 2026, https://www.fiscoetasse.com/approfondimenti/16929-ccnl-metalmeccanici-industria-2025-novita-aumenti-e-welfare.html, e da «PMI.it», https://www.pmi.it/economia/lavoro/367777/ccnl-metalmeccanico-tabelle-aumenti-livelli.html). La «giornata» di 81,13 euro è un ventiduesimo del minimo mensile: convenzione nostra, che serve soltanto a rendere confrontabili le equivalenze storiche espresse in giornate.
[45] Inps, XXV Rapporto annuale, comunicato stampa del 9 luglio 2026 (https://www.inps.it/content/dam/inps-site/it/scorporati/comunicati-stampa/2026/07/Allegati/4140_CS-XXV-Rapporto-annuale-INPS.pdf): «la retribuzione media annuale lorda dei lavoratori dipendenti è di 27.649 euro»; per il reddito pensionistico («l’importo medio lordo mensile dei redditi pensionistici è aumentato dell’1,3% ed è risultato pari a 1.885,11 euro») cfr. il dispaccio Askanews ripreso da «Idealista», 10 luglio 2026 (https://www.idealista.it/news/finanza/lavoro/2026/07/10/406528-rapporto-annuale-inps-dalle-pensioni-al-salari-la-fotografia-del-paese-al-31-dicembre-2025).
[46] Inps, Osservatorio sul Casellario dei pensionati, dati al 31 dicembre 2024 (https://servizi2.inps.it/servizi/osservatoristatistici/api/getAllegato/?idAllegato=1007), come riportati da «Sky TG24», 23 ottobre 2025: «In Italia quasi 4,6 milioni di pensionati hanno ricevuto un assegno da meno di mille euro al mese»; «Si tratta del 28,1% del totale». La cifra esatta, 4.582.411, è nell’ANSA del 23 ottobre 2025, «Cresce ancora la spesa per le pensioni, 364 miliardi nel 2024» (https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2025/10/23/inps-46-milioni-pensionati-con-assegno-sotto-mille-euro_335dd07b-1335-4a07-a562-85c53ddf972e.html): «I pensionati che hanno redditi da pensione inferiori a mille euro sono 4.582.411, pari al 28,1% dei beneficiari complessivi».
[47] «L’Opera per Tutti», 10 giugno 2026, consultato il 25 settembre 2026 (la pagina indica «Ultimo controllo editoriale: 3 settembre 2026» e dichiara di ricavare i prezzi «dai listini ufficiali della stagione 2026/27, aggiornati ad agosto 2026») (https://www.operapertutti.it/2026/06/10/quanto-costa-un-biglietto-alla-scala-di-milano-tutti-i-prezzi-dai-posti-a-10-euro-alla-prima/): per le opere di fascia più alta della stagione 2026/2027, «Gallerie (prima e seconda): da 40 a 130 euro a seconda di fila e visibilità» e «Ingressi senza visibilità: 10 euro». È una fonte non ufficiale: la citiamo in mancanza di un listino consultabile in forma testuale sul sito del Teatro. La pagina «Prezzi opera» del sito del Teatro (https://www.teatroallascala.org/it/stagione/biglietteria/biglietti/prezzi-opera.html) espone, alla data della consultazione, ancora il listino della stagione 2022/2023.
[48] Elaborazione Excellera su dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze, anno d’imposta 2024, riportata dall’ANSA il 25 aprile 2026 (https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/04/25/la-mappa-dei-redditi-piu-alti-del-belpaese-milano-sempre-in-testa_4b5187da-974e-4480-b2a6-842bd1898bf4.html): «Milano si conferma il capoluogo di provincia col reddito complessivo medio più alto in Italia (40.316 euro, +3,3%)».
[49] ANSA, 4 giugno 2026, cit., che riferisce così l’accusa: «voler trasformare il Piermarini in un teatro per turisti (ricchi), un po’ come è la Fenice di Venezia che ha guidato per otto anni».
[50] Listini ufficiali consultati il 24-25 settembre 2026: Teatro La Fenice (https://www.teatrolafenice.it/lirica-25-26_prezzi/); Teatro dell’Opera di Roma (https://www.operaroma.it/biglietteria/prezzi/); Teatro Massimo (https://www.teatromassimo.it/biglietteria/biglietti-2025-2026/), i cui prezzi «non comprendono il diritto di prevendita (10%)»; Teatro Comunale di Bologna (https://www.tcbo.it/en/2026-opera-season-tickets/); Teatro Regio (https://www.teatroregio.torino.it/biglietti-opera-e-balletto-2025-2026); Teatro Carlo Felice (https://operacarlofelicegenova.it/en/info/); Teatro Verdi (https://www.teatroverdi-trieste.com/en/tickets/); Teatro Lirico di Cagliari (https://www.liricocagliari.it/biglietteria/prezzi/); Teatro Filarmonico (https://www.arena.it/en/philharmonic-theatre-verona/tickets/prices-and-concessions/). Listini 2026/2027, consultati il 28 settembre 2026: Opera di Roma (https://www.operaroma.it/wp-content/uploads/2026/07/STAGIONE_26-27_PREZZI-E-ABBONAMENTI.pdf); Teatro Regio (https://www.teatroregio.torino.it/biglietti-opera-e-balletto-2026-2027): recite ordinarie settore A 120 euro, B 90, C 55, ridotta visibilità 40; Teatro La Fenice (https://www.teatrolafenice.it/wp-content/uploads/2026/06/Lirica-26-27_A4-prezzi_v5.pdf); Teatro Massimo (https://www.teatromassimo.it/biglietteria/biglietti-2026-2027/). Al Verdi di Trieste, per la stagione 2026/2027, la prima poltrona costa 95 euro nelle prime (turno A) e 85 nelle altre recite dei titoli ordinari, 115 e 95 per il Lohengrin. All’Opera di Roma il posto più caro delle prime è il palco centrale di platea (200 euro; le poltronissime 190) e il meno caro il palco laterale di terzo ordine nelle repliche (20 euro).
[51] Accademia Nazionale di Santa Cecilia, prezzi della stagione sinfonica 2026/2027 (https://santacecilia.it/concerti/biglietti-prezzi/): dai 54 euro della «I Platea A» ai 23 della «VI Galleria 4 e Galleria 6». Per la Scala: ANSA Lombardia, 19 maggio 2026, cit. I concerti «a prezzi maggiorati» della stessa stagione arrivano a 70 euro (Siegfried) e a 65.
[52] Fondazione Arena di Verona, tariffe e settori dell’Arena Opera Festival 2027 (https://www.arena.it/en/arena-verona-opera-festival/tickets/rates-and-sectors/): «1st Sector Stalls Platinum Premium» (primo settore di platea, «platinum premium») 420 euro nelle prime dell’11 e del 12 giugno 2027, 345 nelle altre prime; «6th Sector – Numbered Seat on the Steps» (sesto settore, posto numerato in gradinata) da 28 a 38 euro. Il listino ufficiale del Festival 2026 non è più in rete.
[53] Wiener Staatsoper, «Ticket-Infos» (https://www.wiener-staatsoper.at/ticket-infos/): «Unsere 435 Stehplätze sind ideal für einen spontanen Opernbesuch» («I nostri 435 posti in piedi sono ideali per una visita all’opera decisa all’ultimo momento»); «Sie werden ausschließlich am Tag der Vorstellung verkauft» («Sono venduti esclusivamente il giorno della rappresentazione»); «jeder Stehplatz ist bereits ab 4 € erhältlich (BT-Card)» («ogni posto in piedi è disponibile già a partire da 4 euro», con la tessera BT-Card). La BundestheaterCard è una tessera gratuita (https://www.wiener-staatsoper.at/ermaessigungen/); i posti in piedi a prezzo ridotto, «4€ (sichteingeschränkte Stehplätze) bis 7€» («da 4 euro, per i posti in piedi a visibilità limitata, a 7 euro»), richiedono il supplemento StehplatzPLUS, «einmaligen Gebühr in Höhe von 28 €» («una tassa una tantum di 28 euro»), e si acquistano dalle 10 del giorno precedente la recita (https://www.wiener-staatsoper.at/stehplatz/). Il prezzo pieno dei posti in piedi ordinari non è indicato nelle pagine consultate.
[54] Opéra national de Paris, «Petits prix» (https://www.operadeparis.fr/infos-pratiques/petits-prix) e, in inglese, «Ticket deals» (https://www.operadeparis.fr/en/useful-information/ticket-deals): la categoria 6 del solo Palais Garnier, a 10 euro, è in vendita «two hours before the performance, only at the box office of the Palais Garnier» («due ore prima della rappresentazione, soltanto alla biglietteria del Palais Garnier»; la domenica e nei festivi un’ora prima), con il limite di due posti a persona; nel testo francese, «Ces places offrent une visibilité partielle voire nulle selon leur emplacement» («questi posti offrono una visibilità parziale o addirittura nulla, secondo la loro collocazione»).
[55] Metropolitan Opera, «Toll Rush Tickets» (https://www.metopera.org/support/make-a-gift/support-met-rush-tickets/): «The Toll Rush Tickets Program makes Orchestra and Grand Tier seats available for almost every performance for just $25. Tickets are allocated through a lottery system online or through the Met Opera App» («il programma Toll Rush Tickets rende disponibili posti di platea e di Grand Tier per quasi ogni recita a soli 25 dollari. I biglietti sono assegnati con un sorteggio in rete o attraverso l’app del Met»; traduzione nostra).
[56] Ministero della Cultura, Direzione generale Spettacolo, decreto direttoriale 9 luglio 2025, rep. n. 889, riparto del Fondo nazionale per lo spettacolo dal vivo 2025 fra le fondazioni lirico-sinfoniche (https://spettacolo.cultura.gov.it/wp-content/uploads/2025/07/Decreto-direttoriale-riparto-FNSV-2025-fls_signed.pdf): totale 199.250.000 euro; Teatro alla Scala 32.675.548,02; Opera di Roma 19.696.659,00; Fenice 17.207.276,07; Maggio Musicale Fiorentino 15.421.176,63; Massimo di Palermo 15.233.083,40; San Carlo 14.357.653,51; Accademia di Santa Cecilia 13.368.811,96; Regio di Torino 13.509.050,44; Arena di Verona 11.472.255,26; Lirico di Cagliari 9.531.673,94; Comunale di Bologna 9.495.003,19; Verdi di Trieste 9.418.708,27; Petruzzelli di Bari 8.971.505,33; Carlo Felice di Genova 8.891.594,98. La percentuale del 16,4 è calcolo nostro sul totale.
[57] D.l. 19 maggio 2020, n. 34, convertito dalla l. 17 luglio 2020, n. 77, art. 183, comma 4, nel testo modificato, da ultimo, dall’art. 7, comma 6-quinquies, del d.l. 30 dicembre 2023, n. 215, convertito dalla l. 23 febbraio 2024, n. 18: «La quota del Fondo nazionale per lo spettacolo dal vivo, di cui alla legge 30 aprile 1985, n. 163, destinata alle fondazioni lirico-sinfoniche per gli anni 2020, 2021, 2022, 2023 e 2024 è ripartita sulla base della media delle percentuali stabilite per il triennio 2017-2019, in deroga ai criteri generali e alle percentuali di ripartizione previsti dall’articolo 1 del decreto del Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo 3 febbraio 2014 […]» (testo in https://www.brocardi.it/decreto-rilancio/titolo-viii/capo-i/art183.html; v. anche il dossier della Camera dei deputati «Il sostegno allo spettacolo dal vivo», https://temi.camera.it/leg19/temi/il-sostegno-allo-spettacolo-dal-vivo.html). Per il 2025 e per il 2026 la l. 30 dicembre 2024, n. 207, art. 1, commi 606 e 607, e l’art. 13, comma 2, del d.l. 27 marzo 2026, n. 38, convertito dalla l. 22 maggio 2026, n. 88, rinviano alla media delle percentuali dei trienni 2022-2024 e 2023-2025, che per la Scala sono le stesse: 16,05000 in ciascuno degli anni 2022, 2023 e 2024 (decreto direttoriale 9 luglio 2025, rep. n. 889, cit., art. 1).
[58] Decreto direttoriale 14 giugno 2022, rep. n. 285, di riparto del Fondo unico per lo spettacolo 2022 fra le fondazioni lirico-sinfoniche (https://spettacolo.cultura.gov.it/wp-content/uploads/2022/06/Decreto-direttoriale-riparto-FUS-2022-fondazioni-liriche_signed.pdf), premesse: «VISTI i DD.DD. 10 aprile 2015 e 13 aprile 2018 con i quali sono state determinate a favore della Fondazione Teatro alla Scala di Milano e della Fondazione Accademia Nazionale di Santa Cecilia le percentuali di cui all’art.5, comma 1, del Decreto interministeriale 6 novembre 2014, nella misura rispettivamente del 15,95000% e del 6,50000% per l’anno 2017, e nella misura del 16,10000% e del 6,60000% per gli anni 2018 e 2019 […]»; art. 1 e tabella: media 2017-2019, per la Scala, 16,05000. D.i. 6 novembre 2014, «Disciplina dei presupposti e dei requisiti richiesti alle fondazioni lirico-sinfoniche ai fini del riconoscimento del diritto di dotarsi di forme organizzative speciali» (G.U. n. 56 del 9 marzo 2015), art. 5, comma 1 (testo in https://www.mondodiritto.it/normativa/decreto/fondazioni-lirico-sinfoniche-come-dotarsi-di-forme-organizzative-speciali.html), che attua l’art. 11, comma 21-bis, del d.l. 8 agosto 2013, n. 91, convertito dalla l. 7 ottobre 2013, n. 112, inserito dall’art. 5, comma 1, lett. g), del d.l. 31 maggio 2014, n. 83, convertito dalla l. 29 luglio 2014, n. 106: le fondazioni dotate di forma organizzativa speciale ricevono dal 2015 un contributo dello Stato «determinato in una percentuale con valenza triennale» (così il comma 21-bis; il decreto interministeriale, all’art. 5, parla di «una percentuale stabilita con valenza triennale»). I due decreti direttoriali non ci sono stati accessibili: ne riferiamo secondo la premessa citata.
[59] Corte dei conti, Sezione del controllo sugli enti, Relazione fondazioni lirico-sinfoniche esercizio 2019, in Atti parlamentari, XVIII legislatura, Doc. XV, n. 527, vol. I, pubblicata in fascicoli PDF numerati all’indirizzo https://documenti.camera.it/_dati/leg18/lavori/documentiparlamentari/indiceetesti/015/527_RSv01/ (le tavole generali sono nei fascicoli 00000004.pdf e 00000005.pdf).
[60] Ivi, tab. 14 («Attività artistica»), p. 57, e tab. 15 («Contributi in conto esercizio»), pp. 59-60: alla Scala 326 alzate di sipario su 3.041; contributi dello Stato 33.370 migliaia di euro su 212.949; dello Stato e degli enti territoriali 42.383 su 317.096. Quote e rapporti: calcolo nostro; per alzata, dallo Stato, 102.362 euro alla Scala, 104.339 all’Arena di Verona, 70.026 in media. La relazione ricorda che «i dati relativi alle alzate di sipario e ai punti Fus del 2018 sono stati utilizzati per il riparto Fus del 2019». I contributi dello Stato della tab. 15 comprendono, oltre alla quota del Fondo unico per lo spettacolo (29.346.114 euro alla Scala nel 2019, il 16,10 per cento: grafico 4, p. 37), altri trasferimenti statali. Le «alzate di sipario» della tab. 14 comprendono, secondo la definizione della Corte, opere, balletti, concerti e altre manifestazioni: per la Scala il capitolo dedicato (pp. 168-169) conta, entro le 326, 210 «aperture di sipario d’opera, balletto e concerto», 269 aperture «a borderò» in tutto, «escluse le prove aperte», e 23 «in tournée».
[61] Ivi, p. 67: «I costi unitari delle rappresentazioni realizzate rispettivamente dall’Arena di Verona, dalla Scala di Milano, dal Regio di Torino, dall’Opera di Roma Capitale, dal San Carlo in Napoli, dal Carlo Felice di Genova risultano più elevati, in relazione alla tipologia delle stesse e alle caratteristiche dell’organico di volta in volta impiegato»; tab. 19 («Indici di produttività – costi unitari (2019)»), pp. 67-68: costi della produzione 125.946.199 euro per la Scala e 549.256.044 per le quattordici fondazioni; costo unitario medio per alzata di sipario 180.617 euro; dipendenti 891 alla Scala e 5.107 in tutto (la consistenza al 31 dicembre è nella tab. 16, p. 63); costo della produzione per dipendente 141.354 euro alla Scala e, in media, 107.550. Quote: calcolo nostro. Il giudizio della Corte sui ricavi è nel commento alla tab. 20 («Indici di produttività – i ricavi unitari (2019)», pp. 68-70): «In termini di ricavi unitari delle rappresentazioni realizzate i migliori risultati sono registrati dall’Arena di Verona, seguita dalla Scala di Milano, dal Regio di Torino, dal San Carlo in Napoli, dall’Opera di Roma Capitale e dal Carlo Felice di Genova».
[62] D.m. 3 febbraio 2014, cit., art. 1, comma 1: «una sub-quota, nella misura del 50 per cento della quota, è ripartita in considerazione dei costi di produzione derivanti dai programmi di attività realizzata da ciascuna fondazione nell’anno precedente quello cui afferisce la ripartizione, sulla base degli indicatori di rilevazione della produzione di cui all’art. 2»; art. 2, comma 1, lett. a): «punti 12 per lirica con impiego di oltre 150 elementi in scena ed in buca orchestrale; punti 11 per la lirica con impiego di oltre 100 elementi in scena ed in buca orchestrale; punti 7,5 per la lirica con impiego fino a 100 elementi in scena ed in buca orchestrale […]»; art. 3, comma 1: la sub-quota è ripartita «in base alla percentuale derivante dal rapporto tra il numero dei punti dell’attività a pagamento di ciascuna fondazione […] e il totale dei punti ottenuto da tutte le fondazioni». Dal 2015 alla Scala e a Santa Cecilia il contributo è attribuito invece in percentuale triennale (v. sopra).
[63] Ivi, art. 1, comma 1 («una sub-quota, nella misura del 25 per cento della quota, è ripartita in considerazione del miglioramento dei risultati della gestione attraverso la capacità di reperire risorse»), e art. 3, comma 2: la sub-quota «è ripartita percentualmente in ragione del rapporto conseguito da ogni singola fondazione tra il valore della produzione, con esclusione dei contributi dello Stato e degli incrementi di immobilizzazioni per lavori interni ed inclusione dei contributi in conto patrimonio ma solo se non concessi dallo Stato da una parte, e il valore dei contributi dello Stato alla fondazione medesima dall’altra». Nel valore della produzione rientrano i ricavi della biglietteria.
[64] Corte dei conti, Relazione fondazioni lirico-sinfoniche esercizio 2019, cit., nei capitoli dedicati alle singole fondazioni: per la Scala, p. 158 («Le presenze paganti nel 2019 sono state 452.069 (433.797 nell’anno precedente)»); per l’Arena di Verona, p. 275, nota 239 («Nel 2019 sono state registrate 454.700 presenze (biglietti e abbonamenti) […]»). Le definizioni non coincidono da una fondazione all’altra — presenze paganti alla Scala; spettatori paganti a Bologna, Genova e Napoli; biglietti venduti a Firenze; presenze a Palermo, Venezia e Verona; spettatori nelle altre — e i confronti vanno dunque intesi come ordini di grandezza. Contributi pubblici per spettatore: calcolo nostro sui dati della tab. 15 (Stato ed enti territoriali); media del settore: 317.096 migliaia di euro per 2.806.039 spettatori, somma nostra dei dati delle quattordici fondazioni. Per alzata di sipario, calcolo nostro sulle tabb. 14 e 15: contributi pubblici 130.009 euro alla Scala e 104.274 in media; spettatori 1.387 e 923. Per il San Carlo, 191.367 è la somma nostra dei due dati della nota 184 (p. 176): 191.358 al Teatro e 9 in altre sedi. I rapporti fra spettatori e dipendenti che si ricavano dai dati delle singole fondazioni coincidono con quelli del grafico 13 della relazione (pp. 69-70).
[65] Calcolo nostro sui dati del bilancio 2025: 36,128 + 4,000 + 3,308 milioni = 43,436 milioni; divisi per 454.125 presenze fanno 95,65 euro; 36,6 milioni di incassi netti di biglietteria e abbonamenti divisi per le stesse presenze fanno 80,59 euro. Il bilancio parla di «presenze complessive» e non dice quante siano gratuite: se vi sono compresi degli omaggi, per ogni spettatore pagante l’incasso e il contributo pubblico sono più alti di quanto qui calcolato. Il confronto va dunque inteso come ordine di grandezza.
[66] Calcolo nostro sui bilanci d’esercizio 2025. Teatro dell’Opera di Roma, Bilancio consuntivo 2025 (https://operaroma.trasparenza.info/files/b91b1facf3b3a7890177f02ac188f14c): «Totale contributi pubblici» 45.085.251 euro (Stato 24.749.351, Regione Lazio 2.085.000, Roma Capitale 18.250.900); spettatori 282.416, nelle diverse sedi del Teatro e alle Terme di Caracalla; biglietteria 14.218.680 (biglietti 12.978.990, abbonamenti 1.239.690). Teatro Regio di Torino, Bilancio 2025 (https://www.teatroregio.torino.it/sites/default/files/uploads/inline-files/Bilancio_2025_testo_completo_allegati_delibera_0.pdf): contributi dei soci fondatori pubblici 21.288.048 euro (il prospetto riassuntivo indica «Contributi pubblici» per 21.386.540); «una presenza totale di spettatori pari a 144.275»; «Vendite abbonamenti e Biglietti» 5.783.911. Teatro di San Carlo, Bilancio d’esercizio anno 2025, approvato il 15 giugno 2026 (https://www.teatrosancarlo.it/wp-content/uploads/2026/06/Bilancio-2025.pdf): contributi dei soci fondatori pubblici 29.091.823 euro, compresi 1.159.692 euro della voce «Stato – Patrimonio» (l. 232/2016); 218 recite e 195.144 presenze (p. 20); «ricavi da vendita di biglietti e abbonamenti pari ad euro 6.652.630» (p. 6). Per presenza: contributi pubblici 159,6 euro a Roma, 147,6 a Torino (148,2 sul prospetto), 149,1 a Napoli; biglietteria 50,3, 40,1 e 34,1. Nel 2024 gli stessi rapporti erano di circa 140, 142 e 154 euro per i contributi e di 49, 41 e 37 per la biglietteria (bilanci 2024: https://operaroma.trasparenza.info/files/12a1d073d5ed3fa12169c67c4e2ce415; https://www.teatroregio.torino.it/sites/default/files/uploads/inline-files/Bilancio_2024_testocompleto_con%20allegati.pdf; https://www.teatrosancarlo.it/wp-content/uploads/2025/04/Bilancio-2024.pdf). Le presenze sono, in tutti e quattro i bilanci, complessive.
[67] Decreto direttoriale 8 luglio 2026, rep. n. 1184 (https://spettacolo.cultura.gov.it/wp-content/uploads/2026/07/Decreto-direttoriale-riparto-FNSV-2026-fls_signed.pdf), art. 2, comma 1: la quota residua di 192 milioni «è ripartita sulla base della media delle percentuali stabilite per il triennio 2023-2025»; la quota di 7,25 milioni, sulla media del triennio 2022-2024 (art. 1). Alla Scala, anche per il 2026, 32.675.548,02 euro (art. 4): 1.163.625 sulla quota minore e 31.511.923,02 sulla principale, in entrambi i casi al 16,05 per cento, la seconda calcolata al lordo del taglio di contenimento della spesa (v. oltre). Sulle norme, v. sopra.
[68] Calcolo nostro sulla tab. 19, cit., e sugli spettatori indicati per ciascuna fondazione: costi della produzione per spettatore, nel 2019, 278,60 euro alla Scala; seguono Trieste (252,19), Torino (238,01) e Venezia (231,61); media delle quattordici fondazioni 195,74 euro (549.256.044 euro per 2.806.039 spettatori). Vale la cautela, già detta, sulle diverse definizioni di spettatore.
[69] Corte dei conti, Relazione fondazioni lirico-sinfoniche esercizio 2019, cit., nei capitoli dedicati alle singole fondazioni. Per la Scala, p. 158: «proventi per vendita di biglietti e abbonamenti – che hanno generato incassi per euro 35.481.000 nel 2019»; per la Fenice, vendite di botteghino per 9.688.000 euro; per l’Arena di Verona, un «incasso complessivo» di 24.790.543 euro; per il San Carlo, abbonamenti e biglietteria per 6.490.930; per Trieste, biglietti e abbonamenti per 1.974.105; per Bologna, 2.663.642; per Palermo, 1.832.866 di biglietti e 1.525.136 di abbonamenti; per Genova, 1.956.505 e 856.543; per Firenze, botteghino per 3.855.357; per Bari, biglietteria per 2.276.287; per Cagliari, biglietteria e abbonamenti per 1.734.451. Per l’Opera di Roma la relazione indica soltanto l’importo degli abbonamenti (1.312.534 euro, p. 210) e, per i biglietti, la sola variazione percentuale; per il Regio di Torino non indica l’importo; per Santa Cecilia lo comprende nei ricavi dell’attività concertistica in sede e fuori. Per spettatore: calcolo nostro.
[70] Bilanci d’esercizio 2025, citt.; calcolo nostro.
[71] Fondazione Arena di Verona, «I numeri del 101° Arena di Verona Opera Festival», 12 settembre 2024 (https://www.arena.it/magazine/news/i-numeri-del-101-arena-di-verona-opera-festival/): «Gli spettatori dell’estate 2024 sono stati 417.354»; incassi «per un totale di 33 milioni 620 mila euro» in «50 serate di spettacolo dal vivo»; per spettatore, calcolo nostro. Per le gradinate numerate, da 28 a 38 euro, v. le tariffe del Festival 2027, cit.
[72] Calcolo nostro sui dati delle note precedenti: incassi di biglietteria divisi per la somma dei contributi pubblici (Stato ed enti territoriali) e degli stessi incassi, nel 2019. Scala 45,6 per cento; Arena di Verona 63,3; Fenice 31,9; San Carlo 21,6; Genova 14,2; Bari 13,7; Bologna 13,5; Firenze 12,6; Palermo 11,4; Trieste 10,9; Cagliari 7,8. La frase della Corte è nel commento alla tab. 19, cit.: «Altrettanto evidente è l’elevato costo per spettatore, salvo nel caso dell’Arena di Verona che si giova della grande disponibilità di posti dell’anfiteatro». Contributi privati: tab. 15, cit., «Fonti private», 26.469 migliaia di euro alla Scala su 53.784; per spettatore, calcolo nostro, 58,55 euro alla Scala e 11,60 nelle altre tredici fondazioni insieme (27.315 migliaia di euro per 2.353.970 spettatori).
[73] Calcolo nostro sui dati del 2019 (tavola 4 e note precedenti), a parità di costi, di contributi privati e di altri ricavi. Le altre nove fondazioni sono quelle per le quali la relazione della Corte dei conti indica anche l’incasso di biglietteria, Arena esclusa: Bologna, Cagliari, Firenze, Genova, Napoli, Palermo, Trieste, Venezia e Bari (insieme: costi della produzione 245.720.572 euro, 1.243.380 spettatori, 1.866 alzate di sipario, contributi pubblici 182.128 migliaia di euro, incassi 34.853.822 euro). Costo per spettatore: 278,60 euro alla Scala, 197,62 nelle nove; incasso per spettatore: 78,49 e 28,03 euro, cioè il 28,2 e il 14,2 per cento del costo; al 14,2 per cento il biglietto medio della Scala sarebbe di 39,52 euro, e l’incasso di 17,9 milioni invece di 35,5: un vuoto di 17,6 milioni. Contributi pubblici per spettatore: 93,75 euro alla Scala, 146,48 nelle nove; con 146,48 la Scala riceverebbe 23,8 milioni in più e il suo biglietto medio scenderebbe a 25,76 euro; con 93,75 le nove riceverebbero 65,6 milioni in meno e il loro biglietto medio salirebbe a 80,76 euro. Contributi pubblici per alzata: 130.009 euro alla Scala, 97.603 nelle nove; con 97.603 la Scala riceverebbe 10,6 milioni in meno e il suo biglietto medio salirebbe a 101,85 euro; con 130.009 le nove riceverebbero 60,5 milioni in più, contro 34,9 milioni di incassi. Prezzi di listino: tavola 3 (media semplice dei nove posti più cari, 135 euro).
[74] Bilancio di esercizio 2025, cit.
[75] Calcolo nostro sulle tabb. 15 e 19, cit.: contributi pubblici (Stato ed enti territoriali) in rapporto ai costi della produzione, 33,7 per cento alla Scala, 31,1 all’Arena di Verona, 64,9 nelle altre tredici fondazioni insieme, 57,7 nell’intero settore; risorse di altra provenienza per ogni euro pubblico, calcolate per differenza sui costi, 1,97 euro alla Scala e 2,21 all’Arena.
[76] D.m. 3 febbraio 2014, cit., art. 1, comma 1 (sub-quota del 25 per cento ripartita «in considerazione della qualità artistica dei programmi»), e art. 3, comma 3: la sub-quota «è ripartita su parere della Commissione consultiva competente, che determina un giudizio, rendendo preventivamente pubblici i punti ad essi attribuiti in merito ai seguenti elementi», elencati dalla lett. a) alla lett. g); la lett. f) è la «previsione di incentivi per promuovere l’accesso ai teatri da parte di studenti e lavoratori, nonché di offerta di biglietti a prezzo ridotto a decorrere da un’ora prima di ogni rappresentazione […]».
[77] Decreto direttoriale 9 luglio 2025, rep. n. 889, cit., premesse: «RITENUTO di dover procedere – ai soli fini del calcolo del contributo effettivamente spettante alla Fondazione Teatro alla Scala di Milano, alla Fondazione Accademia Nazionale di Santa Cecilia e alla Fondazione Arena di Verona, esenti dall’applicazione delle misure di contenimento della spesa – al riparto della quota FNSV 2025, che ammonta, al lordo del valore della riduzione effettuata a monte di euro 4.335.969,00 quale misura di contenimento delle spese […]»; art. 3, comma 1: le tre fondazioni «non sono inserite nell’elenco ISTAT e per tale motivo non soggette all’applicazione delle misure di finanza pubblica previste per gli Enti compresi in detto elenco». Calcolo nostro: il 16,05 per cento di 203.585.969 euro (199.250.000 più 4.335.969) fa 32.675.548,02 euro, il 16,40 per cento dei 199.250.000 distribuiti. Lo stesso criterio è seguito nel riparto del 2026, cit.
[78] L. 15 luglio 2022, n. 106, «Delega al Governo e altre disposizioni in materia di spettacolo», art. 2, comma 1: il Governo è delegato ad adottare «uno o più decreti legislativi per il coordinamento e il riordino delle disposizioni legislative vigenti e di quelle regolamentari […] in materia di attività, organizzazione e gestione delle fondazioni lirico-sinfoniche […] nonché per la riforma, la revisione e il riassetto della vigente disciplina nei settori del teatro, della musica, della danza […], mediante la redazione di un unico testo normativo denominato “codice dello spettacolo”». Il termine, originariamente di nove mesi, è stato prorogato tre volte: dalla l. 24 febbraio 2023, n. 14, art. 1, comma 6 (a ventiquattro mesi), dalla l. 8 agosto 2024, n. 119 (G.U. n. 191 del 16 agosto 2024) e dalla l. 8 agosto 2025, n. 121 (G.U. n. 184 del 9 agosto 2025), che lo ha spostato, come riassume il dossier della Camera dei deputati del 1° agosto 2025 (https://temi.camera.it/leg19/temi/disegno-di-legge-di-proroga-delle-deleghe-in-materia-di-spettacolo.html), «dal 18 agosto 2025 a 31 dicembre 2026». La clausola «nelle more della revisione della normativa di settore» è nell’art. 1, comma 607, della l. 207/2024, anche nel testo novellato dall’art. 13, comma 2, del d.l. 38/2026, come riportano i decreti di riparto del 2025 e del 2026, citt. Sulla bozza: Valentina Onori, «Cosa cambia con il nuovo Codice dello spettacolo», Policy Maker, 13 novembre 2025 (https://www.policymakermag.it/italia/cosa-cambia-con-il-nuovo-codice-dello-spettacolo/), secondo la quale il testo, «presentato in bozza dal Ministero della Cultura», dovrebbe diventare legge «entro il 31 dicembre 2026». Sulla risoluzione: AgenziaCult, 15 luglio 2026 (https://www.agenziacult.it/mic/fondazioni-liriche-pirondini-m5s-dodici-impegni-al-governo-per-riformare-il-settore/) e 16 luglio 2026 (https://www.agenziacult.it/mic/fondazioni-liriche-ok-unanime-del-senato-alla-risoluzione-sulla-riforma-del-settore/): «La commissione Cultura ha concluso l’affare assegnato su condizioni e prospettive delle Fondazioni lirico-sinfoniche»; il testo integrale della risoluzione non ci è stato accessibile. Ricerche aggiornate al 28 settembre 2026.
[79] Giovanna Mancini, «Il Sole 24 Ore» (https://www.ilsole24ore.com/art/la-scala-ritrova-suo-pubblico-e-fa-pieno-contributi-privati-AEh6R3MC), intervista a Dominique Meyer del dicembre 2022, alla vigilia della Prima del 7 dicembre, sui dati di quell’anno: «Il pubblico è tornato, anche quello straniero, che è il 30% del totale, come prima della pandemia».
[80] «Le Monde»/«Internazionale», cit.
[81] ANSA, 3 giugno 2026, cit.: «La lamentela è che si preferiscono i turisti (danarosi, disposti a spendere e poco inclini alle contestazioni a uno spettacolo che non piace) a discapito degli spettatori fedeli».
[82] ANSA, 4 giugno 2026, cit.
[83] D.lgs. 367/1996, art. 3, comma 2, e art. 24, comma 1, cit.; d.i. 6 novembre 2014, cit., art. 2, comma 2, lett. d): «rilevanti ricavi propri provenienti dalle vendite e dalle prestazioni rese, non inferiori, nell’ultimo bilancio approvato, al 40 per cento dell’ammontare del contributo statale»; la forma organizzativa speciale della Scala è richiamata dall’art. 1.3 dello statuto («in forza del decreto interministeriale del 6 novembre 2014 e del decreto ministeriale del 5 gennaio 2015»); d.m. 3 febbraio 2014, art. 1, cit.: sub-quota del 25 per cento ripartita «in considerazione della qualità artistica dei programmi, con particolare riguardo per quelli atti a realizzare segnatamente in un arco circoscritto di tempo spettacoli lirici, di balletto e concerti coniugati da un tema comune e ad attrarre turismo culturale»; l. 22 novembre 2017, n. 175, art. 1, comma 1, lett. a) (testo in https://www.federculture.it/wp-content/uploads/2015/03/LEGGE-175_2017_Disposizioni-in-materia-di-spettacolo.pdf).
[84] Comune di Milano, Portale del Dato, «Turismo a Milano – novembre 2025» (https://dati.comune.milano.it/en/web/portale-del-dato/w/turismo-a-milano-novembre-2025): «Milano ha visto un continuo aumento degli arrivi, superando nel 2024 i 9 milioni di visitatori». Secondo l’Osservatorio Turismo di Assolombarda, su dati Istat, quasi due terzi dei turisti arrivati a Milano nel 2024 provenivano dall’estero (https://www.assolombarda.it/centro-studi/osservatorio-turismo-2025). L’Osservatorio, su dati Istat, conta per la città metropolitana 8,2 milioni di visitatori nel 2024: le due fonti misurano perimetri diversi.
[85] «Il Giorno», 11 settembre 2024 (https://www.ilgiorno.it/milano/economia/turisti-e2e3fzjl): «secondo Sala ‘è evidente che l’80% del turismo a Milano è straniero, e stiamo parlando di turismo, su questo ci differenziamo da Roma, alto spendente che può spendere’».
[86] Cfr. «Lo streaming non è il loggione», commentimusicali.it, 1° settembre 2026 (https://commentimusicali.it/attualita/lascala-tv-gratuita-streaming-loggione/).
[87] Decreto direttoriale 8 luglio 2026, rep. n. 1184, cit.
[88] Calcolo nostro: costi della produzione 2025 di 133,4 milioni di euro (Bilancio di esercizio 2025, cit., p. 19; il valore della produzione è di 133,2 milioni) divisi per 454.125 presenze, 294 euro; contributi pubblici 43,4 milioni. Il costo per presenza è una media fra spettacoli, sedi e settori: serve soltanto a fissare l’ordine di grandezza.
[89] Costituzione della Repubblica italiana, artt. 1 e 3, secondo comma (testo in https://www.quirinale.it/allegati_statici/costituzione/costituzione.pdf).
[90] L. 22 novembre 2017, n. 175, «Disposizioni in materia di spettacolo e deleghe al Governo per il riordino della materia», art. 1, comma 4, lett. e), che prosegue: «con particolare attenzione alle nuove generazioni di pubblico, fin dall’infanzia» (testo cit.).
[91] Statuto della Fondazione Teatro alla Scala di Milano, approvato il 18 dicembre 2019, art. 2.1 (https://www.teatroallascala.org/static/upload/sta/statuto-scala–cda-18-12-2019-.pdf).
[92] Corte di giustizia dell’Unione europea, sentenza 16 gennaio 2003, causa C-388/01, Commissione c. Italia, punti 14 e 22-24 (https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:62001CJ0388): tariffe agevolate per l’ingresso a musei e monumenti riservate ai residenti nel territorio dell’ente; la Corte ha escluso che il pagamento delle imposte ne costituisse una giustificazione. V. anche d.lgs. 26 marzo 2010, n. 59, art. 29, comma 2: «È fatto divieto ai prestatori di prevedere condizioni generali di accesso al servizio offerto che contengono condizioni discriminatorie basate sulla nazionalità o sul luogo di residenza del destinatario, ferma restando la possibilità di prevedere condizioni d’accesso differenti allorchè queste sono direttamente giustificate da criteri oggettivi»; e il regolamento (UE) 2018/302, art. 4, par. 1, lett. c), il cui considerando 25 cita fra gli esempi i biglietti d’ingresso ai festival musicali.
[93] Fondazione Teatro alla Scala, Bilancio sociale 2023, pp. 20-21 (https://www.teatroallascala.org/static/upload/bil/bilanciosociale_2023.pdf): «il pubblico complessivo nel 2023 è aumentato di circa il 20% rispetto al 2022, passando da 375.000 a 450.000 spettatori circa»; «Circa 150.000 spettatori hanno fruito degli incentivi suddivisi per fasce d’età»; «35.000 senior hanno avuto accesso al Teatro a condizioni agevolate»; «La Scala Under 30 e Progetto 30-35, complessivamente hanno accolto circa 9.500 ragazzi»; «% spettatori under 30 (esclusi i minori): circa 25%»; nella sezione «Misure dedicate ai dipendenti e al pubblico»: «Inoltre, il Teatro offre ingressi a tariffe agevolate riservati ad alcune categorie di lavoratori, tra cui molti CRAL e alla Consulta dei Lavoratori, oltre che ai dipendenti della Fondazione Teatro alla Scala stessa, per un totale di circa 10.000 presenze». La percentuale è calcolo nostro.
[94] Bilancio preventivo 2026, cit., p. 24 («i Lavoratori mediante l’attività della Consulta dei Lavoratori per la Promozione Culturale») e p. 26 («Il Teatro alla Scala mantiene con la Consulta dei Lavoratori per la Promozione Culturale un proficuo rapporto instauratosi dal 1972, riservando ai lavoratori una quota fissa di posti a un prezzo convenzionato»). Anche la Corte dei conti, nella relazione sul 2019 (cit., p. 169), riferisce, come dichiarazione della Fondazione, che «sono stati mantenuti gli incentivi con ingresso a prezzi ridotti per promuovere l’accesso al teatro da parte di famiglie, studenti, lavoratori e anziani», senza numeri di recite né misure di sconto.
[95] Teatro alla Scala, «Riduzioni e agevolazioni» (https://www.teatroallascala.org/it/stagione/biglietteria/giovani-e-promozioni/riduzioni-e-agevolazioni.html), pagina consultata il 25 settembre 2026: per giovani fino a 18 anni, studenti sotto i 26 e adulti oltre i 65, «riduzione fino al 20% su tutte le categorie di posto (eccetto gli ingressi di galleria)» nelle «date di Opera e Balletto dal lunedì al giovedì (esclusi turni Prime, A, B, P, R e Progetti Speciali) e per i Recital»; Bilancio preventivo 2026, cit., pp. 26-27: «con riduzioni di circa il 25% rispetto al costo del biglietto ordinario»; d.m. 3 febbraio 2014, art. 4, cit.
[96] Bilancio preventivo 2026, cit., p. 24: «Per l’anno solare 2026 il Servizio Promozione Culturale dispone di un contingente riservato alle diverse facilitazioni previste di 79.781 biglietti», di cui 12.408 per l’opera, 20.800 per il balletto, 9.499 per la stagione sinfonica, 13.200 per le prove riepilogative della Filarmonica, 13.170 per i «Grandi Spettacoli per Piccoli», 6.000 per «Invito alla Scala» e il resto per recital e concerti.
[97] Bilancio di esercizio 2025, cit., p. 7 della numerazione del PDF («454.125 presenze complessive»); Corte dei conti, Relazione fondazioni lirico-sinfoniche esercizio 2019, cit., p. 158 («Le presenze paganti nel 2019 sono state 452.069»); Bilancio sociale 2023, cit. («passando da 375.000 a 450.000 spettatori circa»). Nessuno dei tre documenti dice quanti siano gli ingressi gratuiti.
[98] Abbiamo cercato numeri e regole degli omaggi nei bilanci d’esercizio 2024 e 2025, nel bilancio preventivo 2026, nel bilancio sociale 2023 e nel portale della trasparenza della Fondazione (https://teatroallascala.portaletrasparenza.net/). L’unica regola sui biglietti omaggio per gli spettacoli che abbiamo trovato riguarda le persone con disabilità, nel regolamento di biglietteria allegato all’accordo del 2018 fra Assolombarda e il Teatro: «Per l’accompagnatore è previsto un biglietto omaggio» (https://www.assolombarda.it/governance/gruppi/turistico/accordo-assolombarda-teatro-alla-scala-2018-allegato-c). Per Torino: Teatro Regio, «Regolamento sulla distribuzione di biglietti omaggio e sul courtesy ticketing», adottato con determina commissariale n. 75 del 30 dicembre 2020 e pubblicato nella sezione «Amministrazione trasparente» (https://www.teatroregio.torino.it/amministrazione-trasparente/disposizioni-generali/processi-e-procedure). Nelle sezioni «Disposizioni generali» o «Atti generali» delle amministrazioni trasparenti dell’Opera di Roma, del Comunale di Bologna, del Massimo di Palermo, del Lirico di Cagliari, del Maggio Musicale Fiorentino, di Santa Cecilia, della Fenice e dell’Arena di Verona, consultate il 28 settembre 2026, non risulta alcun regolamento sugli omaggi; i siti del Petruzzelli, del Carlo Felice, del San Carlo e del Verdi di Trieste non ci sono stati accessibili.
[99] Giovanna Mancini, «December already ‘sold out’ at La Scala Meyer: I leave a more modern theatre», Il Sole 24 Ore, edizione inglese, 27 novembre 2024 (https://en.ilsole24ore.com/art/december-already-sold-out-staircase-meyer-leave-more-modern-theatre-AGXwmfOB): «ticket prices have not increased in recent years» («i prezzi dei biglietti non sono aumentati negli ultimi anni»); «We have simply reduced the number of free tickets and tickets sold out at the last minute» (la traduzione, nostra, è nel testo); quanto all’incasso medio per serata, «we are at around 240 thousand euro, compared to 236 thousand last year» («siamo intorno ai 240.000 euro, contro i 236.000 dell’anno scorso»). Il testo italiano dell’intervista («Scala, dicembre all’insegna del tutto esaurito per opera e balletto») non ci è stato accessibile.
[100] D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 3, quinto comma: «Non costituiscono inoltre prestazioni di servizi le prestazioni relative agli spettacoli ed alle altre attività elencati nella tabella C allegata al presente decreto, rese ai possessori di titoli di accesso, rilasciati per l’ingresso gratuito di persone, limitatamente al contingente e nel rispetto delle modalità di rilascio e di controllo stabiliti ogni quadriennio con decreto del Ministro delle finanze: a) dagli organizzatori di spettacoli, nel limite massimo del 5 per cento dei posti del settore, secondo la capienza del locale o del complesso sportivo ufficialmente riconosciuta dalle competenti autorità […]» (testo in https://www.brocardi.it/testo-unico-iva/titolo-i/art3.html). Per gli omaggi eccedenti, l’imposta si commisura al prezzo intero massimo praticato durante il periodo di vendita per la categoria di posti a cui danno accesso: Agenzia delle Entrate, risoluzione n. 15/E del 15 febbraio 2018.
[101] La certificazione dei corrispettivi degli spettacoli avviene con le «biglietterie automatizzate», che trasmettono alla SIAE i dati degli incassi giornalieri e mensili (d.m. 13 luglio 2000; provvedimento dell’Agenzia delle Entrate 22 ottobre 2002; circolare n. 34/E del 2003): SIAE, «Biglietterie automatizzate e controllo accessi» (https://www.siae.it/it/cosa-facciamo/servizi-collaborazione-altri-enti/agenzia-delle-entrate/biglietterie-automatizzate-controllo-accessi/). I riepiloghi giornalieri registrano il numero dei titoli interi, ridotti e gratuiti emessi o annullati: SIAE, Servizi erariali, documento informativo sulle biglietterie automatizzate, pubblicato dall’ANESV (http://www.anesv.it/pdf/biglietterie.pdf).
[102] Statuto cit., art. 2.2.
[103] Statuto cit., artt. 8.1, lett. c); 3.11; 12.1.
[104] Ministero della Cultura, Direzione generale Spettacolo, nota prot. 11378-P del 17 settembre 2026, indirizzata alla Fondazione Teatro alla Scala e, per conoscenza, all’associazione Liberi Loggionisti (documento in possesso dell’associazione).
[105] ANSA, 4 giugno 2026, cit.
[106] Calcolo nostro: 36 × 30 euro = 1.080 euro a recita; 1.080 × 95 = 102.600 euro, pari allo 0,077 per cento del valore della produzione 2025 (133,2 milioni) e al 2,5 per cento dell’aumento di biglietteria previsto per il 2027 (da 35,4 a 39,5 milioni). Il numero delle recite d’opera del 2025 è nel bilancio di esercizio, p. 7.
[107] Pagina «Amici del Loggione», cit.
[108] «Il Giorno», 26 aprile 2026 (https://www.ilgiorno.it/milano/cultura/scala-appello-oer0mads), che pubblica la lettera dei duecentotrenta loggionisti: «chiediamo che la direzione del Teatro si impegni a non operare ulteriori riduzioni, e a mantenere la vendita, anche al botteghino, il giorno stesso»; la replica del Teatro in «La Verità», 25 aprile 2026 (https://www.laverita.info/scala-loggionisti-coda-fisica-biglietti-2676813016.html): «Non esiste alcun progetto di riduzione»; cfr. anche Radio Popolare, 28 aprile 2026 (https://www.radiopopolare.it/addio-alla-leggendaria-coda-per-il-loggione-della-scala-i-loggionisti-si-mobilitano-per-salvarla), e il nostro «In difesa del Loggione: l’anima in fila e il respiro democratico della Scala», commentimusicali.it, 4 maggio 2026 (https://commentimusicali.it/attualita/abolizione-coda-biglietti-alla-scala/).
[109] Colleen Barry, Associated Press, 28 maggio 2024, ripresa da Fox News (https://www.foxnews.com/entertainment/la-scalas-french-manager-leaves-theater-financially-fit-meloni-government-turns-italians): «He said he had pushed up the daily box office take by 22% to 236,000 euros, largely by eliminating last-minute discounted tickets that he said ‘poisoned’ the market». La traduzione, nostra, è nel testo.
[110] ANSA Lombardia, 8 giugno 2026 (https://www.ansa.it/lombardia/notizie/2026/06/08/scala-contestazione-contro-aumento-biglietti-con-volantini-dal-loggione_0322e3a8-e8c9-471a-8c3b-0cfcb4a2263f.html): «‘Contro l’espulsione degli abbonati’ per ‘un teatro per tutti’: sono stati lanciati volantini dal loggione del teatro alla Scala poco prima dell’apertura del sipario per Carmen».
[111] Liberi Loggionisti (https://liberiloggionisti.org), pagina iniziale e atto costitutivo pubblicato nella sezione «Documenti»: «Siamo nati a Milano il 13 luglio 2026, in sei, fra loggionisti e abbonati delle gallerie del Teatro alla Scala»; «Lo statuto guarda alle quattordici fondazioni lirico-sinfoniche italiane e prevede sezioni territoriali nei teatri dove il pubblico vorrà organizzarsi». Per trasparenza: chi firma queste pagine è fra i soci fondatori dell’associazione, e scrive qui a titolo personale.
[112] ANSA, 3 giugno 2026, cit.: «Una politica dei prezzi che caccia dalla sala il pubblico popolare non urta soltanto contro il buon gusto: contraddice – ha scritto nel suo blog Massimiliano Vono – la ragione pubblica per cui lo Stato, il Comune e la Regione versano ogni anno decine di milioni». Il passo è tratto da «Il loggione tradito», commentimusicali.it, 1° giugno 2026 (https://commentimusicali.it/attualita/rincaro-loggione-scala/).
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