La Scala 2026-2027: la gentrificazione del Piermarini — il tetto che si alza, la soglia che si stringe, e il pubblico che si vuole cambiare
La Stagione che verrà si apre, il 7 dicembre, con l’Otello di Verdi e con il primo gesto di Myung-Whun Chung quale direttore musicale: un titolo, è stato detto in conferenza, che «evoca le grandi sfide del passato». Conviene prenderla sul serio, questa scelta, e leggervi più di quanto i suoi autori forse intendessero. Perché l’Otello è, prima d’ogni cosa, il dramma di chi viene accolto e insieme tenuto al margine, di chi siede al centro della scena e resta straniero alla città che lo applaude. Aprire con esso una stagione che la Sovrintendenza presenta come «ancora più accessibile e inclusiva» è una coincidenza che il commentatore non ha il diritto di lasciar cadere. La parola e il listino, come vedremo, raccontano due storie diverse; e tra le due, com’è giusto, decide il listino.
Ma c’è una seconda ragione per trattenersi su quella figura, e riguarda non la scena, bensì la sala. L’Otello del Piermarini — lo straniero che la città accoglie finché le conviene e respinge appena può — ha, in platea e in galleria, un suo doppio anonimo: il pubblico storico del teatro, quello che la grande casa dell’opera ha formato in un secolo e mezzo, e che oggi, senza editti e senza clamore, comincia a non potersi più permettere il proprio posto.
Di costui diremo: del loggionista che torna ogni sera, dello spettatore in carrozzina consegnato alla deriva del listino, dell’abbonato di galleria che il rincaro respinge dal proprio gradino. Sono, vedremo, tre figure d’un solo movimento; e quel movimento ha un nome, che l’urbanistica ci presta e che il teatro, suo malgrado, illustra alla perfezione.
Ci eravamo già soffermati, in un precedente commento, sulla nuova griglia tariffaria del Piermarini, e in particolare sulla riclassificazione di trentasei poltrone della prima fila centrale di seconda galleria, «promosse» al rango — e al prezzo — dei posti centrali di prima galleria: da cento a centotrenta euro, dal comparto che la dizione interna chiama fucsia a quello verde.
Sull’abbonamento la sproporzione è ancora più netta: a parità di dieci opere, quei trentasei posti passano da settecentoventi a millecinquanta euro — quasi la metà in più —, mentre il resto della galleria s’accresce intorno al dieci per cento. A pesare, dunque, non è l’ampliamento del cartellone, che tocca ogni abbonato allo stesso modo, ma la sola riclassificazione delle poltrone.
Da allora abbiamo fatto una cosa che il Teatro non offre: abbiamo contato, posto per posto, dalle piante colorate delle due stagioni, quanti sedili stiano in ciascuna fascia di prezzo, e dove i colori si siano spostati. Ne è uscita una verità più precisa, e per certi versi più grave, di quella che avevamo abbozzato; ed è attorno ad essa, e al nome che le conviene, che il presente commento si riscrive.
La marcia indietro, e ciò che resta scritto sul sito
Prima di entrare nel merito, è giusto registrare un fatto e dargliene atto senza riserve. A margine della presentazione di Carmen, il 4 giugno, il Sovrintendente ha annunciato il ritiro dell’aumento più indifendibile: quello che portava da ottanta a centotrenta euro il biglietto dello spettatore in carrozzina.
«C’è stato un aumento che non ci sarà più», ha detto, ricondotto alla gestione precedente e definito «un fatto ideologico».10 È un passo giusto, e ci fa piacere che pagine come queste, fra le non molte voci (poche, ma buone) vi abbiano concorso.
Tra quelle che invece sono mancate ci pare spicchino — e non da oggi — le voci di tanti, troppi critici, dei quali pure leggiamo spesso pregevoli brillanti cronache mondane e volonterose cronache musicali sulle produzioni del Piermarini e dei teatri di tutta Italia: penne solerti nell’elogio e prudenti nel silenzio, attente — si direbbe — a non disturbare nulla che possa in qualche modo turbare il loro quieto e signorile ristoro dell’anima e del corpo.
Queste note non muovono contro una persona o una gestione, ma misurano le scelte sui loro effetti, e registrano con eguale cura ciò che si corregge e ciò che resta.
Ma una dichiarazione resa a voce, a margine di un incontro con la stampa, non è ancora un atto del Teatro; e qui la distanza fra la parola e la tabella si tocca con mano. Perché, mentre scriviamo, quel dato è ancora lì, leggibile da chiunque apra la pagina della biglietteria: per le recite in abbonamento dell’Otello, il posto destinato a chi siede in carrozzina è esposto a duecentosettanta euro.4
Non centotrenta — la cifra di cui si è annunciato il ritiro —, e tanto meno gli ottanta della vecchia tariffa protetta: duecentosettanta. È il prezzo della platea, applicato a chi in platea siede per necessità e non per scelta; ed è più del doppio dei centotrenta euro che il regolamento di accessibilità del Teatro, ancora oggi, dichiara dovuti per quel posto, agganciandolo alla Galleria, Zona 1.4 La marcia indietro ha tolto un numero a parole; il listino, intanto, ne mostra un altro, più alto, e lo mostra per iscritto. Tra ciò che si dice in conferenza e ciò che si legge sul sito, lo spettatore con disabilità incontra la seconda; e la seconda recita duecentosettanta.
Due estremi, e un centro travestito da continuità
Conviene allora dire subito come davvero si muova il listino del 2026-2027, perché il conto, posto per posto, smentisce tanto l’allarme indiscriminato quanto la rassicurazione del «poco o nulla». Il rincaro non è spalmato sulla sala: lavora ai due estremi, e li lascia ben visibili, mentre nel mezzo opera una cosa più sottile.
In alto, l’Otello introduce ciò che, a titolo di esempio, il Nabucco della stagione in corso non aveva: una fascia di vertice. Là dove la platea — e i palchi migliori — si fermavano a trecento euro, ora si apre un gradino nuovo a trecentocinquanta. Per chi compra uno di quei posti, è un più 16,7 per cento netto; per la seconda fascia, da duecentosettanta a trecento, un più 11,1; e financo il palco a visibilità ridotta, quello che il Teatro stesso marca come compromesso, rincara da centonovanta a duecento. Sono aumenti reali, e cadono sui posti più ambiti: il tetto della sala, in una stagione, si alza.6
In basso, la stretta sugli accessi, di cui diremo per esteso: il posto in carrozzina che balza, sul sito, al prezzo della platea; il loggione i cui trentasei sedili centrali passano alla fascia superiore, con un più 30 per cento sul biglietto e quasi la metà in più sull’abbonamento.
In mezzo, tra questi due poli, accade il fatto più istruttivo, e il meno visibile. La gran parte dei posti non rincara affatto: viene rietichettata. Ciò che nel Nabucco era giallo, a trecento euro, diventa nell’Otello arancio, allo stesso prezzo di trecento; ciò che era arancio, a duecentosettanta, diventa rosso, allo stesso prezzo. Cambia il colore della casella, non la cifra che vi è scritta. E poiché questi posti sono i più numerosi, il valore complessivo della sala — la somma di tutte le poltrone, a recita — resta quasi fermo, al passo dell’inflazione, quel più 2,6 per cento che l’Istat registra sull’ultimo anno.
È un dato esatto, e va detto con onestà: la media non esplode. Ma non esplode perché il centro è stato ridipinto allo stesso prezzo, non perché i prezzi non salgano; e quella media, presentata da sola, è precisamente l’alibi che consente di chiamare «ragionevole» una manovra che ai suoi estremi è tutt’altro. Si alza il tetto, si stringe la soglia, e si traveste il centro da continuità: la media tranquilla è il velo, non il fatto.
Un prezzo che non compra nulla di nuovo
Fin qui i fatti del listino. Ma il fatto dei fatti, quello da cui muove ogni considerazione che segue, è ciò che nel listino non si trova, perché in sala non è accaduto: non si è toccato un mattone. La poltrona della prima fila di seconda galleria che nel 2026-2027 costa centotrenta euro offre, a chi vi siede, esattamente la visuale, l’acustica e lo spazio per le gambe che offriva a cento: la stessa balaustra davanti, lo stesso angolo sul palcoscenico, la stessa fila più alta della sala.
Nulla è stato aggiunto, nulla rifatto. È cambiato il colore della casella sulla pianta, e la cifra scritta dentro. Rietichettare non è ristrutturare; e un prezzo che cresce senza che cresca ciò che si compra non è il corrispettivo d’un servizio migliore, ma un pedaggio per restare dove si era.
Si dirà: i prezzi salgono dappertutto, è l’inflazione. Ma quella media ferma, l’abbiamo visto, è l’effetto della rietichettatura del centro, non la prova che i prezzi tengano. Se la pressione fosse davvero inflazionistica si scaricherebbe sull’intera sala, in modo diffuso; qui invece si addensa ai due estremi e risparmia il mezzo. Non è un adeguamento generale che insegue il costo della vita: è uno spostamento selettivo, che alza la barriera dove abita il pubblico meno garantito e il tetto dove siede il più occasionale.
E qui cade anche la difesa contabile. Perché il margine in gioco è, per il bilancio, irrilevante: la biglietteria vale meno del trenta per cento delle entrate, i posti riclassificati sono trentasei, e l’intero rincaro lascia il conto economico pressoché indifferente. Non si rincara, dunque, per coprire un costo che incalza; non si rincara per migliorare un servizio che non si tocca; non si rincara per inseguire un’inflazione che la media stessa dichiara assorbita. Tolte, a una a una, le giustificazioni che un’economia di mercato riconosce — il prodotto migliore, il costo crescente, la scarsità —, che cosa resta a spiegare l’aumento? Resta una sola funzione, e non è quella d’un prezzo.
Un prezzo misura un valore scambiato; questo misura una soglia d’ammissione. Non dice quanto valga il posto: dice chi può sedervi. È, in una parola che diremo più avanti per esteso, un filtro.
La parola «ragionevole»
La replica del Sovrintendente, alle critiche e all’accusa di voler fare del Piermarini un teatro per turisti danarosi — «un po’ come è la Fenice di Venezia», che egli ha guidato per otto anni —, si raccoglie in una parola: l’aumento, ha detto, lui lo trova «ragionevole», e a chi lo giudica eccessivo replica che «non cambia la vita». L’adeguamento, ha precisato, tocca «solo i posti centrali», mentre per quelli a visuale limitata i prezzi sono stati abbassati. Quanto ai centotrenta euro del loggione centrale, è sbottato in un paradosso: «se volessimo li potremmo mettere a cinquecento euro».10
Su quella parola — «ragionevole» — conviene fermarsi, perché ora possiamo metterla alla prova del conto, e non dell’impressione. Ragionevole rispetto a che cosa? La nuova fascia di vertice porta i posti migliori a un più 16,7 per cento; l’abbonamento dei trentasei posti di loggione cresce di quasi la metà; il posto in carrozzina, sul sito, è a duecentosettanta euro, contro i centotrenta dell’anno in corso, ossia un più 107,7. Nessuna di queste cifre è «ragionevole» nel senso comune della parola; e l’unica grandezza che lo sembri — la media della sala, ferma all’inflazione — è, l’abbiamo visto, l’effetto della rietichettatura, non la misura del rincaro. Dire che «non cambia la vita» è sentenza che si pronuncia con leggerezza soltanto da chi quella vita non la conduce in galleria, o non la conduce su una sedia a ruote.
C’è poi quel «se volessimo, potremmo», ed è questione di grammatica prima che di contabilità. È il condizionale di chi si pensa padrone, libero di concedere clemenza o di esigere a piacimento; ma il Sovrintendente di una fondazione lirico-sinfonica è, per definizione e per statuto, l’amministratore pro tempore di un bene che non gli appartiene — un bene cui lo Stato, il Comune di Milano e la Regione versano ogni anno decine di milioni.1 A chi amministra in nome di altri non compete domandarsi quanto potrebbe spremere, ma quanto deve garantire.
Si osserva, non si protesta
Alla difesa dei prezzi il Sovrintendente ha aggiunto un giudizio sulla reazione stessa: ha definito «sbagliate» le proteste.12 È parola che chiama una precisazione, e per quanto ci riguarda la facciamo volentieri. Chi si occupa di commentare cose musicali — e tra costoro siamo noi — osserva e segnala; non protesta. La protesta è atto che segue ad altri atti, e gli atti qui in causa non sono nostri: le poltrone le riclassifica il Teatro, i prezzi li fissa il Teatro, la tariffa del disabile la àncora il Teatro.
A noi commentatori tocca registrare ciò che accade e dirne il senso — non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere, secondo il precetto di Spinoza —; e l’intelligenza d’un fatto, una volta scritta, diventa essa stessa un fatto, che a sua volta attende d’essere recepito.
Ma si conceda pure che di protesta si tratti, da parte di chi quei prezzi li paga: e allora l’errore di prospettiva si fa palese.
Non spetta a chi compie l’azione stabilire se ad essa si debba reagire, né in qual modo. È l’azione, non la volontà di chi l’ha compiuta, a generare la reazione, perché è l’azione — e non l’intenzione che l’accompagna — ciò che il mondo riceve: res ipsa loquitur, la cosa parla da sé, secondo la formula che la tradizione fa risalire alla Pro Milone di Cicerone.
Dichiarare ingiustificata la risposta al proprio operato è volersi insieme causa dell’effetto e tribunale che lo giudica; ma nemo iudex in causa sua — nessuno è giudice in causa propria — è massima che il diritto custodisce da secoli, appunto perché l’interessato è il meno affidabile dei giudici.
Il Sovrintendente è liberissimo di trovare ragionevole il proprio listino; non di stabilire che chi non lo trovi tale sbagli a dirlo. Quella non è una prerogativa che la carica gli conferisca: è una che gli sottrae.
Dal prezzo protetto al prezzo indicizzato
Per misurare la distanza percorsa basta confrontare due fotografie. Nel Regolamento di biglietteria in vigore ancora pochi anni or sono, allo spettatore con invalidità totale era riservato un prezzo unico e basso, indifferente alla collocazione: ottanta euro per l’opera, cinquanta per il balletto, quaranta per la sinfonica, sette per il recital di canto, sessanta per i concerti straordinari, e un euro per gli spettacoli dedicati ai più piccoli; per la sola serata inaugurale, duecentocinquanta.3 All’accompagnatore, un biglietto in omaggio. Era, nella sua rozza schematicità, un sistema di tariffa calmierata: il teatro fissava una soglia d’ingresso e se ne assumeva il costo, sottraendola al gioco delle fasce. Era, a ben vedere, la traduzione contabile dell’idea di Paolo Grassi — quell’idea per cui il teatro è di tutti, e la prova del «di tutti» si dà in biglietteria prima che in sala.
La fotografia odierna è di tutt’altra grana. Il modello pubblicato dal Teatro nella sezione dedicata all’accessibilità ha abbandonato la tariffa fissa per due dispositivi mobili. Allo spettatore con disabilità che scelga un posto in platea o nei palchi si applica oggi una riduzione del 25 per cento sul prezzo del biglietto; e allo spettatore in carrozzina spetta una tariffa equivalente alla Galleria, Zona 1, fissata nel comparto verde per l’opera e il balletto.4 Si dirà: lo sconto è generoso, e il riferimento alla galleria — il settore più economico — è clemente. Ma è proprio qui il punto.
Uno sconto percentuale e un aggancio a una fascia non sono un riparo: sono un cordone ombelicale che lega il prezzo del disabile a quello di tutti gli altri. Se il prezzo intero cresce, il 25 per cento di sconto si calcola su una base più alta, e la cifra finale cresce con esso. Se la fascia verde si rincara — ed è precisamente la fascia verde, lo ricordiamo, ad accogliere le trentasei poltrone «promosse» dai cento ai centotrenta euro — la tariffa del posto in carrozzina, che a quella fascia è agganciata, ne segue il moto al rialzo.
E quando la regola e il listino divergono, è il listino a parlare: il posto in carrozzina, che il regolamento àncora alla galleria, finisce nel listino dell’Otello a una cifra da platea. Non occorre, per dirlo, alcuna tabella inedita: basta seguire la corda che lega il prezzo del disabile al listino, e osservare dove il listino si muove. Il viaggio è tracciato senza ambiguità: dagli ottanta euro della tariffa protetta ai centocinque della tariffa indicizzata nelle recite di accessibilità della stagione in corso,5 fino ai duecentosettanta oggi esposti per l’Otello. La sua agevolazione non è diminuita di un punto; eppure la sua spesa è più che raddoppiata. È la differenza — tutta morale, prima che contabile — tra uno sconto su una tariffa protetta e uno sconto su un prezzo lasciato correre.
Chi è il «ricco»?
Il sillogismo che giustifica la fascia premium — i ricchi paghino di più, perché i fragili paghino di meno — riposa, a ben guardare, su una sola parola, «ricco», e quella parola non regge alla verifica.
Il pubblico colpito dal rincaro più sproporzionato è quello del loggione, la seconda galleria: il gradino più alto della sala, storicamente la sede dell’ascolto più competente e meno abbiente, dove si sale per la musica e non per il rito.
Proprio lì la sola riclassificazione vale, sull’abbonamento, un più trenta per cento abbondante — da ottocento a millecinquanta euro —: un rincaro, a parità di servizio, fuori da ogni proporzione. Chiamare «posti migliori», e per implicito «posti dei ricchi», quelle poltrone significa scambiare il prezzo che si appiccica a un sedile con i mezzi di chi vi siede.
La riclassificazione non tassa la ricchezza: tassa la fedeltà, la competenza e la testarda modestia di chi torna.
E gli attori realmente capitalizzati, dove sono? Stanno intorno al teatro, e lo sostengono — legittimamente, generosamente —, ma secondo tutt’altra logica. Intesa Sanpaolo è lo Sponsor Principale della Stagione 2026-2027, oltre che socio fondatore sostenitore della Fondazione; il gruppo Bracco vi è da poco entrato nella medesima veste; accanto a loro stanno i Fondatori di diritto — Stato, Regione, Comune —, i Permanenti, i Sostenitori, gli Emeriti, la Teatro alla Scala Association of America.2
Il loro contributo è negoziato, intitolato, ricambiato: con la visibilità, con il prestigio del rito, con progetti dedicati — e fra questi, non senza ironia, proprio talune iniziative per i giovani e per l’accesso. È mecenatismo, e il mecenatismo è virtù antica e benemerita; ma è l’esatto contrario di un prelievo.
La fascia premium che dovrebbe «far pagare i ricchi» non sfiora in alcun modo questa sfera: essa redistribuisce all’interno del solo pubblico pagante, alzando il tetto sopra il loggionista e il disabile, ma anche sopra lo spettatore di platea; non sopra il capitale che siede a bilancio.
La parola «ricco», in quella frase, indica ogni luogo tranne quello in cui il capitale realmente risiede. Lo conferma, suo malgrado, la battuta dei cinquecento euro: il pubblico disposto alle cifre più alte, in quella battuta, è il turista — non il loggionista.
E qui la domanda muta di segno. Se il «ricco» che paga di più non è il finanziatore, che dà per mecenatismo, né il loggionista, che dà per fedeltà, allora il «ricco» cui la fascia di vertice davvero si rivolge è un terzo: non chi sostiene il teatro, e non chi lo abita, ma chi lo attraversa. È a costui, e non ad altri, che la nuova soglia apre la porta; ed è di costui, e di ciò che la sua venuta comporta, che dovremo dire alla fine.
La porta di servizio, e la soglia del cento per cento
Vi è poi una disuguaglianza che non si legge nei prezzi e che pure pesa quanto i prezzi. Lo spettatore comune, oggi, compra come respira: in linea, sull’e-store, a qualunque ora; o al botteghino; o, la sera stessa, last minute. Lo spettatore con disabilità non può fare nulla di tutto ciò. Deve rivolgersi in via esclusiva al Servizio Accessibilità della biglietteria, esibire la propria condizione, e attendere che la disponibilità del posto venga verificata «in base allo spettacolo e alla configurazione della sala»; la prenotazione si chiude, per le recite dedicate, fino a un mese prima.4 Non è un canale: è una porta di servizio. E una porta di servizio, per quanto cortese il personale che la sorveglia — e quello del Piermarini lo è —, resta il segno architettonico di una cittadinanza di seconda istanza, dove l’uno sceglie e l’altro chiede. Per gli eventi più richiesti — e una prima d’Otello lo sarà — la formula «disponibilità soggetta a verifica» equivale, nei fatti, a un rischio di esclusione che lo spettatore senza disabilità non corre nei medesimi termini.
C’è infine il posto che dà il titolo a queste note: quello accanto. Il biglietto in omaggio per l’accompagnatore è previsto nei soli casi di disabilità al 100 per cento, e a condizione che la necessità dell’accompagnamento risulti certificata secondo le categorie del decreto che ha istituito in Italia la Carta europea della disabilità.7
La norma è seria, la cautela comprensibile; ma la soglia è altissima. Vi sono persone con invalidità riconosciuta al settanta, all’ottanta, al novanta per cento che pure non possono assistere a una recita se non accompagnate, e che secondo questa regola dovrebbero acquistare per sé il biglietto ridotto o non possono acquistarlo per nulla e, per l’accompagnatore, un biglietto intero.
La gratuità del posto accanto è dunque concessa a una minoranza della minoranza; e poiché senza l’accompagnatore l’accesso, per molti, semplicemente non si dà, il costo dell’accompagnatore è parte integrante e ineludibile del costo del biglietto del disabile. Tassare l’uno è tassare l’altro.
Una questione che il diritto conosce
Giunti a questo punto, il commentatore deve cedere la parola, per un tratto, al giurista; e lo fa con la prudenza di chi sa di non esserlo. Conviene però fissare alcune coordinate, perché la vicenda non è soltanto di gusto o di stile, ma tocca principi che l’ordinamento ha scritto e che la Fondazione non può ignorare.
La prima coordinata è la natura del soggetto. La Scala è una fondazione lirico-sinfonica nata dalla trasformazione del vecchio ente lirico; e benché vestita di forma privatistica, la Corte costituzionale, con la sentenza 153 del 2011, ne ha ribadito la sostanza pubblicistica.8 È un’istituzione che persegue senza fine di lucro la «formazione musicale, culturale e sociale della collettività nazionale» — così la legge istitutiva del 1967 —, e che a tal fine riceve dalla collettività, lo si è visto, quasi un terzo delle proprie entrate. Un ente di questo rango non amministra un bene privato qualunque: amministra, in nome di tutti, l’accesso a un bene comune.
La seconda coordinata è il principio di eguaglianza. L’articolo 3 della Costituzione non si limita a vietare le distinzioni: al suo secondo comma impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. La legge quadro sull’handicap — la 104 del 1992 — e la legge 67 del 2006 traducono quel principio in tutela concreta; e quest’ultima conosce, accanto alla discriminazione diretta, la più sottile discriminazione indiretta: quella che si dà quando una disposizione o una prassi apparentemente neutra pone la persona con disabilità in una posizione di particolare svantaggio.9 Vale la pena soffermarvisi, perché è esattamente la forma del nostro caso. Un meccanismo di prezzo che indicizza la tariffa del disabile al listino generale, e la àncora proprio alla fascia che viene rincarata, è all’apparenza perfettamente neutro: tratta tutti secondo la stessa griglia. Ed è precisamente in questa neutralità che il diritto antidiscriminatorio insegna a guardare con sospetto, perché lo svantaggio si annida non nella regola che esclude per nome, ma nella regola che, fingendo di non vedere la condizione, le scarica addosso il peso d’una scelta presa altrove.
La terza coordinata è internazionale. La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia con la legge 18 del 2009, dedica il suo articolo 30 alla partecipazione alla vita culturale, e impegna gli Stati a garantirvi l’accesso su base di eguaglianza con gli altri.9 Un teatro che si proclami inclusivo e nello stesso atto deprivi lo spettatore con disabilità di ogni tariffa protetta, consegnandolo alla deriva del listino, non viola forse la lettera della Convenzione — il diritto è prudente —, ma ne contraddice senza dubbio lo spirito.
Non spetta a noi pronunciare sentenze, e non lo facciamo. Diciamo soltanto che esiste, per chi volesse percorrerla, una via di tutela giudiziaria — la legge 67 prevede un procedimento snello, azionabile anche da associazioni legittimate —, e che la sola circostanza che essa esista dovrebbe bastare a una Fondazione di rango pubblico per anteporre alla logica della griglia la logica del diritto.
La memoria dei listini
La difesa del Sovrintendente — i prezzi «fermi da quindici anni» — si può finalmente mettere alla prova non per impressione, ma per documenti: i listini a stampa dei programmi di Stagione, dal 2007-2008 a oggi, permettono il confronto che il Teatro non offre in forma di tabella.11 E il confronto restituisce una verità doppia, che l’onestà impone di esporre per intero.
La prima metà dà ragione, in parte, al Sovrintendente. Se si guarda all’abbonamento, e lo si riproporziona al numero delle opere — sceso negli anni da undici a otto —, il prezzo per recita del loggione si è mosso poco: il posto verde valeva, a recita, circa settanta euro nel 2007-2008 e novantasei nel 2025-2026, il fucsia cinquantacinque e settantadue. Sull’ultimo decennio l’aumento è stato di poco più del quindici per cento per il verde, del dieci per il fucsia: meno dell’inflazione ufficiale, che fra il 2015 e il 2025 è stata del ventuno e quattro per cento. In termini reali, dunque, l’abbonato di galleria nel 2025 pagava, a recita, qualcosa meno che dieci anni prima. Per l’abbonato, e fino a ieri, la parola «fermi» non era una menzogna.
La seconda metà la rovescia. Perché la vicenda di questi giorni non riguarda l’abbonamento di ieri, ma il biglietto singolo — i cento euro del posto centrale che diventano centotrenta —; e il biglietto singolo racconta tutt’altro. Per le opere di fascia massima il posto verde di galleria è passato da settanta euro nel 2007-2008 a centotrenta nel 2025-2026, l’ottantasei per cento in più; il fucsia, da cinquantacinque a cento, l’ottantadue. Sul periodo più breve, dal 2014-2015, il fucsia — proprio i posti «da cento euro» — è cresciuto del cinquantadue per cento contro un’inflazione del ventuno: in termini reali, un quarto in più. Solo l’ingresso numerato, il biglietto della coda, è rimasto fermo, anzi è sceso: tredici euro nel 2014, dieci oggi.
E che si tratti di rottura, non di recupero, lo dimostra il conto per recita, l’unico onesto quando cambia il numero delle opere. Nel 2026-2027 il turno passa a dieci titoli, e a parità di recite il posto verde di galleria sale da novantasei a centocinque euro, il fucsia da settantadue a ottanta: l’uno e l’altro intorno al dieci per cento in un anno, quasi quattro volte l’inflazione. Il verde, cresciuto in vent’anni del trentasette e mezzo per cento — fin lì entro il costo della vita —, balza così oltre il cinquanta, staccando l’inflazione cumulata che fino a ieri aveva seguito da presso. E i trentasei posti riclassificati, che dal fucsia passano al verde, fanno un balzo di tutt’altra misura: da settantadue e mezzo a centocinque euro a recita, quasi il quarantacinque per cento in più. La moderazione che il Sovrintendente invoca era, per l’abbonato di galleria, l’ultima difesa rimasta; il 2026-2027 la toglie.
Quel quarantacinque per cento, però, è il prezzo a parità di recita; sul portafoglio il colpo è maggiore.
L’abbonamento non si sottoscrive a recita, ma a pacchetto, e il pacchetto lo fissa il Teatro: chi l’anno scorso pagava cinquecentottanta euro per otto opere ne pagherà millecinquanta per dieci — un più ottantuno per cento —, senza facoltà di abbonarsi a meno. È, quell’ottantuno per cento, il più quarantacinque di prezzo composto con il più venticinque di titoli aggiunti; ma neppure quel venticinque è una scelta dell’abbonato: le due opere in più sono una decisione unilaterale della Sovrintendenza, che gli arriva già conteggiata in fattura.
E qui conviene concedere al Sovrintendente, per un momento, la sua stessa premessa, e mostrarne ugualmente il vizio. Si ammetta pure — contro i numeri, che dicono altro — che i prezzi siano davvero rimasti indietro per quindici anni: ne discenderebbe forse il diritto di recuperare in una stagione sola quindici anni d’inflazione? Non discende.
Un adeguamento, per definizione, è graduale; ciò che si riversa tutto in una volta non è un adeguamento, ma uno strappo. E lo strappo cade, per giunta, sul settore meno capace di reggerlo — il loggione —, non là dove il denaro davvero siede.
C’è, in questa scelta, prima ancora d’un torto, un errore di governo. Il pubblico della galleria è quello che riempie la sala ogni sera, che torna, che conosce il repertorio e lo tramanda: è il capitale reputazionale del teatro, non la sua voce di ricavo. Concentrare proprio su di esso il rincaro più ripido, per un margine che — lo s’è visto — il bilancio quasi non avverte, significa barattare la fedeltà di chi resta con l’occasionalità di chi passa.
La gentrificazione: le mura restano, cambia chi le abita
Quel filtro ha un nome — non economico, ma urbanistico —, e nominarlo scioglie l’enigma: gentrificazione. È il processo per cui un quartiere popolare, riqualificato e reso più caro, espelle a poco a poco i suoi abitanti storici e vi insedia un ceto più agiato; le case restano dove sono — non si abbatte nulla, non si scaccia nessuno —, cambia soltanto, di anno in anno, chi le abita. Il loggione della Scala è, da sempre, il quartiere popolare del Piermarini: il piano più alto, le sedute più anguste, i prezzi più bassi, e insieme il presidio della fedeltà più tenace, dove generazione dopo generazione si è formato il pubblico che fa d’un teatro qualcosa di più d’una sala per occasioni mondane. E qui il rincaro non mira a servire meglio chi quei posti li occupa: mira a cambiarne l’occupante.
Lo si fa per gradi, ché questa è la legge del processo: la gentrificazione non comincia mai dall’intero quartiere, ma da un isolato, da una via, da una fila — trentasei poltrone, quest’anno. Ciò che conta non è il numero di oggi, ma l’architettura che esso inaugura.
Quel centro rietichettato che ci era parso un velo statistico si rivela ora per ciò che è: la posa dei binari. Tracciato sulla pianta il confine fra una fascia e l’altra, il passo successivo — portare l’arancio da duecentosettanta a duecentonovanta, poi a trecento — non incontra più attrito, perché il gradino è già lì, pronto a essere salito.
La stagione che viene muove trentasei sedili; ma dispone, lungo l’intera sala, i gradienti su cui le stagioni a venire potranno arrampicarsi senza che più nessuno debba annunciare nulla. Il centro travestito da continuità non era soltanto un alibi: era il cantiere.
Resta la domanda che ogni sostituzione impone, e che è poi la sola che conti: a vantaggio di chi? Cui prodest? Non dei capitali che già sostengono il teatro, né del suo bilancio: l’uno e l’altro li abbiamo esclusi. Il beneficiario non è una voce di ricavo, ma un tipo di serata, e un tipo di spettatore — colui che del Piermarini vuole l’esperienza una volta sola, la fotografia sotto il lampadario, e paga senza esitare la cifra alta proprio perché non tornerà a pagarla. È il forestiero di passaggio: il turista facoltoso che Milano attraversa e che a teatro arriva non dalla coda all’alba, ma dal banco del portiere del grand hotel, dal pacchetto dell’agenzia, dalla «Scala experience», come viene evidenziata dai solerti post sui social dell’ufficio-marketing, venduta a chi soggiorna tre notti e cerca, fra il Duomo e il Cenacolo, una serata da raccontare.
Non è una proiezione polemica, ma la sola lettura coerente con i fatti che abbiamo via via accertato: la fascia di vertice non fa pagare i ricchi che già finanziano la Scala, ma corteggia i ricchi che la attraversano. E mentre in alto li corteggia, in basso allontana, gradino dopo gradino, chi quel teatro lo abita.
Tutto questo senza un editto che dica «via i meno abbienti»: alla gentrificazione bastano il prezzo e il tempo. Nessuno vieta al loggionista di tornare; gli si rende soltanto, di stagione in stagione, più arduo, finché non rinunci da sé — e la rinuncia, quando arriva, ha l’aria della libera scelta, mentre è l’effetto calcolato d’una soglia che sale.
È qui che le tre figure da cui siamo partiti si ricongiungono in una sola. Lo spettatore in carrozzina, consegnato alla deriva del listino dal cordone che ne lega la tariffa alle fasce che rincarano; l’abbonato di galleria, respinto dal proprio gradino dal rincaro più ripido della sala; il loggionista delle trentasei poltrone, espropriato d’un posto che nessuno ha reso migliore: sono tre nomi del medesimo movimento, un teatro che, mentre si proclama «di tutti», va restringendo in silenzio il cerchio di chi può permetterselo.
E si torna, così, all’Otello da cui muovevamo: lo straniero che la città accoglie sulla scena e tiene al margine è, in sala, il pubblico di sempre — accolto a parole, e a poco a poco sospinto verso la porta.
Torniamo, per chiudere, a Paolo Grassi, che la Sovrintendenza ha avuto il merito di evocare. Fu lui, con Strehler, a fondare nel 1947 un Piccolo Teatro che si volle «teatro d’arte per tutti»; fu lui, alla Scala degli anni Settanta, a immaginare che la grande casa dell’opera potesse aprirsi a chi ne era stato tenuto fuori.
E quell’idea ha un erede preciso, che non è l’associazione che ne porta il nome, ma il pubblico stesso del loggione e della galleria: gli abbonati e i molti che fanno la coda per un ingresso. È quel pubblico che oggi, col rincaro dei suoi gradini, si vorrebbe sospingere verso la porta.
Reclamare quel nome a sostegno di una stagione e insieme smantellare, in silenzio, la tariffa protetta che di quel nome era la più concreta eredità, è un’operazione che il commentatore registra senza acrimonia ma senza indulgenza.
La prova di un teatro non è la sera della prima, con i suoi tremilacinquecento euro e le sue luci; è l’ultima fila, è il posto laterale di platea, è la sedia accanto a chi non potrebbe entrare da solo. È lì che si misura se la parola «inclusione» pesa quanto la tabella che le sta sotto. Alla Scala del 2026-2027, nel momento in cui scriviamo, non ha peso da noi rilevabile.
Note
1 Dati del piano economico 2027 presentato al Consiglio d’amministrazione (maggio 2026): ricavi da biglietteria 39,5 milioni (circa il 28,8 per cento di un bilancio di circa 136,5 milioni); contributo dei soci di diritto — Stato, Comune di Milano, Regione Lombardia — 43,6 milioni (circa il 31,7 per cento). Il Sindaco di Milano è, per statuto, Presidente della Fondazione. Fonti giornalistiche: ANSA, Milano Today, MiTomorrow (maggio-giugno 2026).
2 Sostegno privato e sponsorizzazioni: Intesa Sanpaolo è Sponsor Principale della Stagione 2026-2027 e socio fondatore sostenitore della Fondazione; il gruppo Bracco è stato ammesso quale socio fondatore sostenitore nella seduta del Consiglio d’amministrazione che ha presentato la Stagione. Le categorie di soci comprendono i Fondatori di Diritto (Stato, Regione Lombardia, Comune di Milano), i Fondatori Pubblici Permanenti, i Fondatori Permanenti, i Sostenitori e gli Emeriti, oltre alla Teatro alla Scala Association of America. Fonti: Teatro alla Scala; ANSA; Il Sole 24 Ore (maggio-giugno 2026).
3 Tariffe storiche (Regolamento di biglietteria, invalidità al 100 per cento): Opera € 80; Balletto € 50; Sinfonica € 40; Recital di canto € 7; Concerto di Natale e Concerti Straordinari € 60; Serata inaugurale del 7 dicembre € 250; Grandi Spettacoli per Piccoli € 1; biglietto omaggio per l’accompagnatore.
4 Tariffe e modalità per il pubblico con disabilità: sezione «La Scala per tutti — Accessibilità — Biglietteria» del sito del Teatro alla Scala, e listino delle recite in abbonamento dell’Otello (consultati nel giugno 2026). La pagina di accessibilità dichiara una riduzione del 25 per cento sul prezzo del biglietto per lo spettatore con disabilità in platea o nei palchi e una tariffa per il posto in carrozzina equivalente alla Galleria, Zona 1 (comparto verde, € 130 per l’opera); il listino delle recite dell’Otello, alla data di consultazione, espone tuttavia per il posto in carrozzina un prezzo di € 270, pari alla fascia di platea e doppio rispetto alla tariffa dichiarata. Prenotazione esclusiva tramite il Servizio Accessibilità; biglietto omaggio per l’accompagnatore nei soli casi di disabilità al 100 per cento; sei posti gratuiti in palco di galleria per il pubblico con disabilità visiva, tramite l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti. Le disponibilità sono dichiarate «soggette a verifica in base allo spettacolo e alla configurazione della sala».
5 Progetto di accessibilità 2025-2026 (recite dedicate al pubblico con disabilità uditiva): Opera € 105 (Carmen, 18 giugno 2026), pari a una poltrona di platea diminuita di un quarto; Balletto € 63 (Giselle, 9 ottobre 2026); biglietto omaggio per l’accompagnatore; posti prenotabili in platea (file A-C, posti 1-2, laterali) e palco 15-17 di terzo ordine sinistro.
6 Letture posto per posto delle piante colorate del Teatro per le due stagioni (Nabucco 2025-2026 e Otello 2026-2027, recite in abbonamento), con conteggio dei sedili per livello di prezzo. In platea: il Nabucco dispone di due fasce (giallo € 300, arancio € 270); l’Otello di tre, con l’introduzione di un vertice a € 350 (più 16,7 per cento sui posti migliori, prima fila e fila M) e di un comparto rosso a € 270; la seconda fascia passa da € 270 a € 300 (più 11,1 per cento). Il valore complessivo della platea a recita resta tuttavia prossimo all’inflazione, perché la gran parte dei posti è rietichettata a parità di prezzo (giallo-300 → arancio-300; arancio-270 → rosso-270). Analoga struttura nei palchi, con il vertice a € 350 e una fascia rossa nuova. Il conteggio dalle piante comporta un margine fisiologico (~±5 per cento in platea, ~±8 per cento nei palchi), che non incide sulla direzione qui descritta.
7 Carta europea della disabilità (European Disability Card): d.P.C.M. 6 novembre 2020, emanato in attuazione dell’art. 1, comma 563, della l. 27 dicembre 2019, n. 160. Le categorie che danno titolo all’accompagnatore sono individuate dall’art. 4, comma 4, del medesimo decreto.
8 Sulla natura dell’ente: d.lgs. 29 giugno 1996, n. 367; l. 14 agosto 1967, n. 800, art. 1; Corte costituzionale, sentenza n. 153 del 2011 (qualificazione pubblicistica delle fondazioni lirico-sinfoniche, ancorché privatizzate).
9 Quadro dei principi: Costituzione, art. 3 (in particolare comma 2); l. 5 febbraio 1992, n. 104, art. 3; l. 1° marzo 2006, n. 67, art. 2 (nozioni di discriminazione diretta e indiretta) e disciplina della relativa tutela giudiziaria; Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, ratificata con l. 3 marzo 2009, n. 18, art. 30 (partecipazione alla vita culturale, su base di eguaglianza con gli altri).
10 Le dichiarazioni del Sovrintendente del 4 giugno 2026, rese a margine della presentazione di Carmen, sono riportate da due lanci ANSA. «Ortombina, l’aumento dei biglietti de la Scala è ragionevole» riferisce la difesa dei rincari («io lo trovo ragionevole», «non cambia la vita», l’adeguamento «solo per i posti centrali» con ribasso dei posti a visuale limitata) e, sul prezzo di 130 euro del loggione centrale, il paradosso «se volessimo li potremmo mettere a 500 euro». «Alla Scala cancellato l’aumento del biglietto per chi è in sedia a rotelle» riferisce il ritiro dell’aumento da 80 a 130 euro, ricondotto dal Sovrintendente alla gestione precedente e definito «un fatto ideologico».
11 Elaborazione su listini ufficiali pubblicati nei programmi di Stagione del Teatro alla Scala (annate 2007-2008, 2014-2015, 2024-2025, 2025-2026 e 2026-2027). Abbonamento Opera, posto di galleria, prezzo per recita (importo diviso per il numero dei titoli, sceso da 11 a 8 e risalito a 10 nel 2026-2027): verde da € 70,0 nel 2007-08 a € 96,2 nel 2025-26 e € 105,0 nel 2026-27, fucsia da € 55,0 a € 72,5 e € 80,0. Biglietto singolo per le opere di fascia massima: galleria verde da € 70 (2007-08) a € 130 (2025-26), fucsia da € 55 a € 100; ingresso numerato da € 12-13 a € 10. Inflazione: indice FOI Istat, +21,4 per cento dal 2015 al 2025; +2,6 per cento sull’ultimo anno (apr. 2025 – apr. 2026).
12 Sara Chiappori, «Caso Scala, Ortombina: “Aumenti solo per 36 posti. Proteste sbagliate, la scelta è ragionevole”», la Repubblica (cronaca di Milano), 5 giugno 2026.
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2 risposte
Una breve osservazione: il mio carnet di concerti di pianoforte è stato pagato 440 €.
Prossimo anno costo € 600 cioè 40% in più. Una follia inaccettabile.
Non rinnoverò con grande dispiacere!
È una cattiva politica che tocca tutti gli amanti della musica.
Che vadano pure solo turisti facoltosi a farsi le loro ed ad applaudire fuori tempo!
Vogliamo aggiungere la decisione di sopprimere i 3 abbonamenti MINI (M, N, O) ? Trasformandoli in un solo abbonamento Mini X ?
Quindi 3 cerchie di vecchi abbonati come me, che devono trovarsi un posto in una singola offerta ?
Avvertiti 3-4gg prima della partenza delle vendite decisa per il 30 Maggio, tutti in coda sotto piu’ di 30 gradi di sole in fila in biglietteria per portare a casa una soluzione accettabile (1 posto per 3 abbonati, quindi 2 non hanno soluzione).
In cosa perche’ il sito e’ andato in vari disservizi come sempre su grande richiesta e il Call Center diventa inaccessibile per lo stesso morivo.
Il sovrintendente e’ una brutta persona !!