In difesa del Loggione: l’anima in fila e il respiro democratico della Scala

Davanti alla porta del Loggione alla prima del Falstaff 1893

Tra memoria storica e derive di mercato: perché il teatro non può rinunciare al rito dell’attesa e ai posti accessibili a tutti.

La fila alla Scala: molto più di un’attesa, un legame vivo con la città

Fin dalle origini del teatro del Piermarini, i posti più alti e meno agevoli – quelli che compongono il “loggione” – hanno rappresentato molto più di una semplice soluzione economica. Se i palchi e la platea erano storicamente i luoghi della rappresentazione sociale, dei salotti e degli affari mondani, era lassù, nelle gallerie più vicine al soffitto, che pulsava il cuore autentico della febbre teatrale. Era il rifugio di studenti, artigiani, musicisti in erba1 e cittadini comuni: un pubblico verace che viveva lo spettacolo in modo viscerale, imparando a memoria le arie e accompagnando le grandi stagioni del melodramma italiano, dall’Ottocento verdiano fino alle riforme di Toscanini. Questa radice popolare ha fatto del loggione l’anima più schietta del teatro, trasformando la Scala da tempio per pochi eletti a patrimonio condiviso di un’intera città.

È proprio alla luce di questa eredità storica che l’idea della Sovrintendenza di ridurre e progressivamente eliminare le file per l’acquisto dei biglietti il giorno stesso della recita lascia l’amaro in bocca. Non si tratta semplicemente di un aggiornamento ai sistemi digitali o di una presunta “democrazia online”. Si percepisce, piuttosto, il prevalere di una logica puramente economica e di marketing: smaterializzare la biglietteria permette di profilare il pubblico, raccogliere dati per campagne mirate e trasformare l’esterno del teatro in una vetrina asettica e “ordinata”, tagliando i costi di gestione. In questo modo, però, la Scala rischia di recidere il suo legame cittadino e popolare per assecondare l’immagine di una meta turistica internazionale, perfetta ma svuotata della sua vera anima.

Un “brodo di coltura” spontaneo, non un database

La fila fisica, da mantenere parallelamente alla comoda vendita online, ha un senso profondo perché rappresenta un insostituibile momento di aggregazione. Sotto quei portici si forma una vera e propria “comunità” spontanea e trasversale, capace di unire persone dalle appartenenze culturali, professionali e sociali più diverse. Si chiacchiera, ci si confronta, ci si scambiano pareri. È un vero e proprio “brodo di coltura” in cui cresce e si tramanda la passione per il teatro, un’esperienza umana che nessuna profilazione algoritmica dei consumatori potrà mai replicare o sostituire.

Il valore dell’imprevisto e del passaparola

Mantenere la vendita il giorno stesso è fondamentale per vivere il teatro in modo vitale, ribellandosi all’idea che ogni esperienza debba essere rigidamente pianificata. Non tutti hanno la possibilità di programmare una serata con mesi di anticipo. La fila serale agevola chi si trova in città di passaggio, ma soprattutto risponde a quell’entusiasmo improvviso generato dal passaparola tra appassionati. Se un interprete si rivela una scoperta straordinaria, o se uno spettacolo meno atteso si trasforma in una recita indimenticabile, la possibilità di mettersi in fila all’ultimo minuto permette di esserci. È una flessibilità che sfugge alle logiche di ottimizzazione delle vendite, ma che mantiene vivo il respiro del palcoscenico.

La cultura come bene condiviso, non come lusso o prodotto

C’è infine il tema essenziale degli ingressi a 10 euro. Parliamo spesso di posti da cui si vede poco o nulla, che in un’ottica di pura monetizzazione degli spazi non dovrebbero nemmeno avere un valore economico. Eppure, la loro funzione è cruciale: garantiscono a chiunque la possibilità di avvicinarsi a un mondo affascinante e molto vario, aiutando a sfatare il mito che l’opera si riduca ai soli titoli di grande richiamo turistico come Traviata o Bohème. Mantenere questo accesso significa difendere il teatro come istituzione civica contro la sua riduzione a semplice azienda: la cultura o è accessibile a tutti o è un vezzo per privilegiati.2

  1. E’ noto che grandissimi artisti ora affermati e divenuti anche direttori musicali del teatro da giovani studenti assistevano a opere e concerti dal loggione scaligero. ↩︎
  2. Che l’accesso alla cultura debba essere strumento vitale per l’elevazione civile di ogni individuo non lo diceva solo Antonio Gramsci,ma anche l’articolo 9 della Costituzione che in tandem con l’articolo 3 (rimozione degli ostacoli economici e sociali) indica il dovere dello Stato e delle istituzioni pubbliche, come è la Scala, a rimuovere le barriere che impediscono al cittadino di godere del patrimonio culturale del proprio paese. La Nazione non è l’apparato statale burocratico, ma la comunità viva di tutti i cittadini. I teatri storici e la grande tradizione musicale sono quindi un bene comune, un’eredità collettiva di cui ciascuno è idealmente comproprietario, non un servizio commerciale da erogare a chi offre di più. Entrare in un teatro per ascoltare un’opera è uno degli atti attraverso cui ci riconosciamo parte di una comunità e maturiamo come esseri umani. Impedire questo accesso per ragioni di censo o di spietata efficienza gestionale significa, dal punto di vista costituzionale, indebolire la tenuta democratica della società stessa ↩︎

Scopri di più da Commenti Musicali

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Interessante? Condividilo con qualcuno!

Una risposta

  1. Ottimo pezzo, con tanto di opportuna citazione della nostra Costituzione: sono resi perfettamente lo spirito del loggione, la sua funzione sociale, il suo valore storico.

Condividi il tuo commento: