Pagati in Visibilità: la grande truffa della moneta invisibile

Violoncellista sommersa da valuta di visibilità-elaborazione grafica di Commenti Musicali.png

Come l’industria culturale ha trasformato lo sfruttamento in un’opportunità e le strategie per resistere

C’è un rito di passaggio, quasi iniziatico, nella vita di ogni artista, specialmente di un musicista. È il momento in cui, dopo anni di studio, sacrifici e investimenti in strumenti e sale prova, arriva “la grande offerta”.

Non proviene da un piccolo locale di periferia, ma da un’istituzione: un quotidiano nazionale che organizza un festival, una rassegna culturale prestigiosa, un ente blasonato. Il cuore accelera, la mente immagina il palco, il pubblico. Poi, arriva la clausola, pronunciata con la disinvoltura di chi sta offrendo il mondo: “Non c’è un cachet, ma ti offriamo una grandissima visibilità”.

Eccola, la moneta corrente del nuovo millennio culturale: la Visibilità. Una valuta eterea, impalpabile, non soggetta a inflazione perché, semplicemente, non ha alcun valore di scambio. Eppure, viene offerta come un bene prezioso, un gettone dorato per il luna park del successo.

È tempo di smascherare questa finzione con la serietà che merita, perché dietro un’offerta apparentemente generosa si nasconde un paradigma economico e sociale perverso e profondamente ingiusto.

La finzione economica: il re è nudo (e non ha un portafoglio)

In economia, una moneta ha tre funzioni fondamentali: è unità di conto, mezzo di scambio e riserva di valore. La “visibilità” fallisce miseramente in tutti e tre i test. Non puoi usarla per prezzare un chilo di pane, non puoi scambiarla con l’affitto del tuo appartamento e, soprattutto, non puoi metterla da parte per i tempi difficili.

La sua presunta “riserva di valore” è una scommessa sul futuro, un biglietto della lotteria il cui premio è interamente controllato da chi emette il biglietto.

Il grande giornale o l’organizzatore musicale che offre visibilità sta, di fatto, eseguendo un’operazione di puro arbitrio contabile. Sta creando valore per sé stesso – contenuti per le sue pagine, musica per il suo evento, prestigio per il suo brand – a costo zero, trasferendo tutto il rischio sull’anello più debole della catena: l’artista.

È un classico esempio di asimmetria informativa e di potere: l’istituzione sa benissimo che la probabilità che quella singola esibizione si traduca in contratti pagati è infinitesimale. L’artista, invece, è portato a credere che quella sia l’occasione della vita.

La promessa è che la visibilità di oggi diventerà il denaro di domani. Ma come, esattamente? Il pubblico che legge l’articolo o assiste al concerto gratuito si trasformerà magicamente in una folla pagante al prossimo evento del musicista?

La storia e i dati dimostrano il contrario. Il pubblico abituato al “gratis” difficilmente diventa un cliente pagante. La visibilità, in questo contesto, non genera domanda solvibile; genera al massimo un “like” su un social media, un altro granello di polvere nel deserto digitale.

Il paradosso filosofico e sociale: l’arte come lusso per privilegiati

Qui la questione trascende l’economia e approda alla filosofia e alla sociologia. Proporre di non pagare un lavoro qualificato significa declassarlo a hobby, a passatempo. Questo crea una barriera classista devastante: solo chi ha alle spalle una famiglia facoltosa o un secondo lavoro stabile può permettersi il “lusso” di esibirsi per la gloria.

L’arte, che dovrebbe essere un ascensore sociale e un motore di pensiero critico, diventa così un’attività ricreativa per i ceti abbienti, escludendo talenti straordinari che hanno la sola colpa di non poter vivere d’aria e di “likes”.

Viene in mente la dialettica servo-padrone di Hegel. L’istituzione (il padrone) ha bisogno del lavoro dell’artista (il servo) per ottenere il riconoscimento e il valore che cerca (un festival di successo, un inserto culturale ricco). Tuttavia, negando al musicista il giusto compenso – che è la forma più tangibile di riconoscimento professionale – il padrone nega la sua stessa dipendenza, mantenendolo in uno stato di soggezione. L’artista, accettando, spera nel riconoscimento del padrone, ma ottiene solo una pacca sulla spalla che ne riafferma la subalternità.

Inoltre, si assiste a una profonda alienazione marxiana. Il musicista viene separato dal frutto economico del suo stesso lavoro. La sua performance, la sua arte, viene utilizzata per generare valore (pubblicitario, di immagine, di vendita futura) che viene interamente incamerato dall’organizzatore. Il lavoro non è più espressione di sé e fonte di sostentamento, ma una merce svenduta in cambio di una promessa vuota.

L’ipocrisia e il dovere morale di essere un modello

La parte più inaccettabile di questa farsa è che a metterla in scena sono proprio quelle istituzioni che dovrebbero essere i pilastri della cultura e dell’etica del lavoro. Un grande quotidiano non si sognerebbe mai di dire al tipografo: “Stampa il giornale e in cambio ti daremo visibilità”. L’organizzatore del festival paga (e giustamente) i tecnici delle luci, il servizio di sicurezza, gli addetti al palco. Tutti, tranne l’artista, il cui contributo è, ironicamente, il cuore stesso dell’evento.

Questa ipocrisia non è solo una macchia sulla reputazione, ma il tradimento di un dovere morale fondamentale che queste entità possiedono. Ecco perché:

  • Custodi della Fiducia Pubblica: Queste non sono aziende qualunque. Un grande quotidiano si erge a “quarto potere”, un cane da guardia della democrazia che vive della fiducia dei lettori. Un’istituzione culturale, spesso sostenuta da fondi pubblici o dal prestigio storico, gestisce il nostro patrimonio collettivo. Sfruttare gli artisti erode questa fiducia e svilisce il loro ruolo pubblico, trasformandoli da promotori di cultura a meri opportunisti.
  • Architetti di Norme Sociali: Per via della loro influenza, le grandi istituzioni sono architetti delle norme sociali e professionali. Se un festival prestigioso normalizza il non-pagamento, crea un precedente devastante. Si genera una “cascata di svalutazione” in cui anche le realtà più piccole si sentono legittimate a offrire la stessa moneta falsa, rendendo insostenibile la professione per chiunque non sia già privilegiato. Il loro comportamento non è mai un caso isolato; è una dichiarazione di valore che influenza un intero settore.
  • Coerenza come Capitale Etico: La credibilità è il loro asset più prezioso. Un media che pubblica inchieste sulla precarietà del lavoro e sullo sfruttamento, ma poi lo pratica al suo interno, commette un suicidio etico. Perde ogni autorità morale. Per poter criticare il mondo, bisogna prima avere la propria casa in ordine. “Fare come dico, non come faccio” è il biglietto da visita di chi ha perso la propria bussola morale.
  • Motori dell’Ecosistema Culturale: Un ecosistema sano si basa su un flusso equo di risorse. Pagare gli artisti non è una spesa, ma un investimento nell’ecosistema stesso da cui queste istituzioni traggono linfa vitale. Un artista pagato può investire in nuova musica, studiare, formarsi e produrre arte di qualità sempre maggiore, arricchendo a sua volta l’offerta culturale. Non pagare significa prosciugare il terreno da cui si pretende di raccogliere i frutti. È una logica parassitaria, non simbiotica.

Una Breve Storia dello Sfruttamento Artistico

L’idea di non pagare un artista non nasce con Internet. Le sue radici affondano in secoli di evoluzione del rapporto tra creatore e società. Se nel Rinascimento il mecenatismo garantiva sostentamento in cambio di prestigio per il patrono, l’epoca romantica ha introdotto la figura dell’“artista bohémien”: un genio incompreso che vive per la sua arte, disprezzando il vile denaro. Questa narrazione, per quanto affascinante, ha creato il pericoloso stereotipo dell’artista che “muore di fame” per scelta, giustificando implicitamente la mancanza di una giusta retribuzione come parte del processo creativo.

Il XX secolo, con la nascita dell’industria culturale, ha trasformato l’arte in un prodotto di massa, ma non ha eliminato la precarietà. L’avvento dell’era digitale e dei social media ha dato il colpo di grazia. La “visibilità” è diventata quantificabile (like, follower, condivisioni) e, quindi, apparentemente “monetizzabile”. Piattaforme che vivono di contenuti generati dagli utenti hanno normalizzato l’idea che creare e condividere sia un atto gratuito, il cui unico compenso è l’attenzione del pubblico. Le grandi istituzioni hanno semplicemente preso in prestito questo modello, applicandolo a contesti professionali e sfruttando il mito romantico dell’artista per cui la passione dovrebbe bastare.

Come Ostacolare la truffa della visibilità: la resistenza

Combattere questo sistema richiede un’azione coordinata su più fronti. Non basta l’indignazione individuale; serve una strategia collettiva.

  • Per gli Artisti e i Creativi:
    • Fare Rete e Sindacalizzarsi: L’unione fa la forza. Associazioni di categoria, collettivi e sindacati possono stabilire tariffari minimi, fornire supporto legale e fare pressione sulle istituzioni in modo più efficace di un singolo individuo.
    • Educare al Valore: Imparare a presentare un preventivo chiaro che dettaglia i costi (strumentazione, tempo di preparazione, prove, trasferta). Rispondere a un’offerta di “visibilità” con una controproposta economica educa l’interlocutore e afferma la propria professionalità.
    • Il Potere del “No” Pubblico: Rifiutare un’offerta non pagata e, quando possibile, spiegare pubblicamente le ragioni (senza astio, ma con fermezza) può creare un dibattito e sensibilizzare altri artisti e il pubblico.
    • Trasparenza: Condividere le proprie esperienze (anche negative) con altri artisti aiuta a creare una consapevolezza diffusa e a smascherare le pratiche scorrette.
  • Per il Pubblico (tra cui ci annoveriamo anche noi, ed è la ragione di questo articolo):
    • Diventare Consumatori Consapevoli: Comprendere che la cultura ha un costo. Privilegiare eventi a pagamento, acquistare musica e merchandising direttamente dagli artisti.
    • Esprimere il Dissenso: Quando un’istituzione o un festival promuove un evento basato su lavoro gratuito, chiedere pubblicamente conto delle loro politiche retributive sui social media o tramite email.
    • Smettere di idealizzare il “Gratis”: La gratuità nella cultura è spesso un’illusione. Il costo viene semplicemente scaricato sull’anello più debole della catena. Un biglietto pagato è un voto per un ecosistema culturale più equo.

In riassunto

Il lavoro va pagato. Sempre. Che sia quello di un idraulico, di un giornalista o di un musicista. La professionalità richiede anni di dedizione e merita un compenso in denaro, l’unica moneta che paga le bollette, gli strumenti e, non da ultimo, la dignità.

È ora che gli artisti, uniti, rispondano a queste offerte con un cortese ma fermo rifiuto. Ed è ora che il pubblico capisca che un evento gratuito, spesso, ha un costo altissimo, pagato da qualcun altro.

Chiamiamo le cose con il loro nome. Questa non è un’opportunità. È sfruttamento. E non ha nulla di brillante.


Scopri di più da Commenti Musicali

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Interessante? Condividilo con qualcuno!

Condividi il tuo commento: