Il Tarot quale strumento: accordature dell’anima tra l’arcano e la partitura

Leggere i tarocchi come esperienza di elevazione spirituale
Ventaglio di tarocchi marsigliesi prima del restauro Jodorowski/Camoin-Adobe Stock

Ermeneutica dei Tarocchi di Marsiglia secondo la restituzione di Camoin e Jodorowsky, e sua intrinseca consonanza con la prassi musicale quale via di conoscenza.

Nel crepuscolo di un’era che ha smarrito le proprie chiavi simboliche, relegando la sapienza antica nei bassifondi della ciarlataneria o, peggio, nell’asettica teca del museo accademico, l’uomo si ritrova orfano di quegli strumenti che un tempo servivano a misurare non il mondo esterno, ma l’incommensurabile abisso della propria interiorità.

Come un viandante su una montagna incantata da un deserto di neve, per riprendere un’immagine cara a Thomas Mann, egli avanza smarrito, percependo ovunque la presenza di un ordine superiore, di una sintassi spirituale, ma privo del lessico per decifrarla.

È in questo deserto dello spirito, in questa afasia del simbolo, che riemergono, quali fiumi carsici tornati alla luce, antiche macchine filosofiche, cattedrali portatili la cui architettura non è di pietra, ma di puro archetipo. Tra queste, nessuna possiede la potenza evocativa e la complessità strutturale del Tarocco di Marsiglia.

Non già il mazzo di carte svilito a orpello da salotto o a triviale strumento divinatorio per predire fortune e sventure di modesto cabotaggio. No, qui si parla del Tarocco quale mandala in movimento, quale libro muto la cui dottrina si svela non nella lettura passiva, ma nell’atto di un’interrogazione attiva, di un dialogo che è, nella sua essenza più profonda, un atto musicale.

Ed è precisamente in questa dimensione che l’opera monumentale, quasi alchemica, di Philippe Camoin, ultimo erede di una dinastia di maestri cartai marsigliesi, e di Alejandro Jodorowsky, poeta, drammaturgo e sciamano del nostro tempo, assume il suo significato più alto.

La loro non fu una mera “restaurazione” filologica, un pedante lavoro di repulisti cromatico su antiche xilografie. Fu, a tutti gli effetti, una restitutio ad integrum dell’anima stessa dello strumento; un’operazione paragonabile a quella dell’accordatore che, con pazienza infinita, ridà a un antico clavicembalo la sua giusta temperie, liberando le armoniche che secoli di incuria e di fraintendimenti avevano soffocato.

Come un musicologo che disveli le geometrie esoteriche celate nella partitura di un Ring wagneriano, mostrando come ogni Leitmotiv sia cellula di un organismo cosmico, così Jodorowsky e Camoin hanno riaccordato il Tarocco, riscoprendo i colori originari, ripristinando sguardi interrotti, simboli cancellati, dettagli infinitesimali che, come un diesis o un bemolle apparentemente insignificanti, alterano radicalmente l’intera armonia della composizione.

Hanno compreso che il Tarocco non è una collezione di 78 entità discrete, ma un sistema organico, una lingua pulsante. Prima del loro intervento, il Tarocco era come una sinfonia di Beethoven eseguita da un’orchestra i cui strumenti fossero stati accordati ciascuno per proprio conto: se ne poteva forse riconoscere la melodia principale, ma la polifonia, il contrappunto, la vertigine architettonica del tutto andavano irrimediabilmente perduti.

La loro scoperta capitale, la chiave di volta di questa cattedrale risorta, è che il Tarocco è una struttura. I ventidue Arcani Maggiori non sono una galleria di figure allegoriche, ma le tappe di un sentiero iniziatico, un Bildungsroman dell’anima che muove dal potenziale puro e indeterminato del Matto (l’energia primigenia, il silenzio prima della nota iniziale) per giungere alla realizzazione totale e danzante del Mondo (la tonica finale, la risoluzione di ogni tensione nell’accordo perfetto).

Questa progressione numerica è la spina dorsale melodica del sistema. Ma è nell’interazione con i quattro semi degli Arcani Minori – Coppe, Spade, Bastoni e Denari, corrispondenti ai centri energetici dell’uomo: emotivo, intellettuale, creativo/sessuale e materiale – che il sistema acquista la sua profondità armonica. Essi sono l’orchestrazione, la trama che conferisce corpo e colore alla linea tematica dei Maggiori.

Ecco allora che l’analogia con la musica cessa di essere una mera figura retorica e diviene una rigorosa omologia strutturale.

La “lettura” di un Tarocco, secondo il metodo jodorowskiano, non è altro che l’esecuzione di una partitura unica e irripetibile: la partitura dell’anima del consultante in un dato istante del suo esistere. Le carte estratte non “predicono” un futuro ineluttabile, così come le note sul pentagramma non “contengono” la musica. Esse sono istruzioni per un’esecuzione. Il tarologo, in questa visione, non è un veggente, ma un interprete, un musicista.

La sua abilità non risiede in presunte doti paranormali, ma in due virtù squisitamente musicali: la tecnica e l’ anima.

La tecnica è la conoscenza profonda dello strumento: la grammatica degli sguardi (una carta guarda a destra o a sinistra? Verso il passato o il futuro? Verso un’altra carta, ignorandone una terza?), la sintassi dei colori (il blu della ricettività, il rosso dell’azione, il verde della natura feconda, il giallo dell’intelligenza divina), la numerologia, il simbolismo attivo e passivo delle figure. È lo studio rigoroso dell’armonia e del contrappunto. Senza questa disciplina, qualsiasi lettura è dilettantismo, un rumore casuale privo di significato, come strimpellare un pianoforte a caso.

Ma la tecnica, da sola, genera esecuzioni fredde, accademiche, prive di vita. Occorre l’anima, l’intuizione, quella che i musicisti chiamano il tocco. È la capacità di sentire le tensioni e le risoluzioni nel “discorso” delle carte. È percepire che l’Imperatrice (IV), simbolo della creatività esplosiva, posta accanto alla Torre (XVI), la rottura di ciò che è obsoleto, non è una contraddizione, ma una dissonanza carica di potenziale drammatico: un’energia creativa così potente da dover frantumare il vecchio contenitore per potersi esprimere.

Questo non è un giudizio (“bene” o “male”), ma la constatazione di una dinamica energetica, esattamente come un accordo di settima diminuita in Wagner non è “sbagliato”, ma è un centro di tensione che esige, con struggente necessità, una risoluzione. La lettura diventa così un’arte del contrappunto: ogni carta è una voce che dialoga con le altre, creando una polifonia complessa che è la “radiografia” sonora dello stato interiore.

In questo senso, il Tarocco è forse lo strumento più esigente che esista. Un violino, per quanto prezioso, resta un oggetto inerte nelle mani di chi non sappia suonarlo. Il Tarocco è uno Stradivari dell’anima: per farlo cantare, il musicista deve prima aver compiuto un profondo lavoro su di sé. Deve aver accordato il proprio strumento interiore, armonizzato i propri centri energetici, affinché la sua lettura non sia inquinata dalle proprie proiezioni, dalle proprie paure, dai propri irrisolti.

Il tarologo ideale è come il direttore d’orchestra che, per dirla con Celibidache, non “fa” la musica, ma “lascia che essa accada”, diventando un canale trasparente per la partitura che ha di fronte. La partitura, in questo caso, è la psiche del consultante.

L’atto della lettura diviene allora un’esperienza di elevazione spirituale per entrambi i partecipanti.

Per chi interroga le carte, vedere la propria costellazione interiore dispiegata sul tavolo – i blocchi, i talenti, i conflitti, le potenzialità – è un’epifania. È come ascoltare per la prima volta la sinfonia della propria vita, riconoscendone i temi ricorrenti, le cadenze evitate, le modulazioni improvvise.

Questa presa di coscienza non è un punto d’arrivo, ma un punto di partenza. Come l’ascolto di una Messa di Bach può riordinare le geometrie emotive dell’ascoltatore, inducendo uno stato di grazia e di lucidità, così una lettura profonda del Tarocco non si limita a diagnosticare, ma avvia un processo terapeutico.

Jodorowsky lo chiama “atto psicomagico“: un gesto simbolico, suggerito dalla logica stessa delle carte, che permette di “risolvere” la dissonanza in una nuova armonia. Se la lettura rivela un blocco tra l’energia intellettuale (Spade) e quella emotiva (Coppe), l’atto psicomagico suggerito non sarà una formula magica, ma un compito concreto e poetico per riunire quelle due voci, per insegnar loro a cantare in coro anziché in cacofonia.

Si trascende così la mera conoscenza per entrare nel regno della trasformazione. La musica, nella sua accezione più alta – da Pitagora che vi scorgeva l’armonia delle sfere, a Schopenhauer che la definiva immagine diretta della Volontà stessa – non è mai stata un semplice intrattenimento. È sempre stata una via di accesso a una realtà superiore, un modo per sperimentare, nel tempo finito di un’esecuzione, l’ordine atemporale del cosmo.

L’ascolto di un quartetto tardo di Beethoven non “insegna” qualcosa nel senso discorsivo del termine; esso ristruttura la coscienza di chi ascolta, la eleva a una comprensione che le parole non possono contenere.

Allo stesso modo, il Tarocco restaurato da Camoin e Jodorowsky, se praticato con rigore e sensibilità, diventa uno strumento di accordatura spirituale. Permette all’individuo di identificare le proprie note stonate, le proprie aritmie esistenziali, e gli offre la chiave per riaccordarsi.

La sua pratica costante non mira a dipendere dalle carte, ma, al contrario, a interiorizzarne la struttura al punto da non averne più bisogno. L’obiettivo ultimo non è diventare un abile lettore di Tarocchi, ma diventare il Tarocco stesso: un essere umano completo, in cui i quattro centri energetici vibrano in perfetta armonia e il cui cammino di vita si svolge con la consapevolezza di chi sa di essere, a un tempo, la nota, il musicista e la sinfonia intera.

In un’epoca di assordante rumore informativo e di profonda sordità spirituale, quest’arte silenziosa del Tarocco, questa musica per gli occhi e per l’anima, ci ricorda che la conoscenza più importante non si trova nei libri o sui monitor, ma è iscritta in una partitura interiore che attende soltanto di essere letta, suonata e, infine, vissuta. Il Matto si mette in cammino, l’Appeso trova una nuova prospettiva nel sacrificio, la Stella riversa la speranza sulla terra arida, e il Mondo danza, finalmente, al ritmo compiuto dell’universo. La sinfonia dell’essere giunge al suo perfetto, vibrante, accordo finale.


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