Breve passeggiata nel cuore e nella mente del “Buatore”
C’è un suono, nel tempio della lirica e della prosa, che gela il sangue più di un acuto mancato o di una scenografia traballante: il “buuu”. Un’onda cupa e gutturale che si leva dal loggione o serpeggia in platea, decretando in un istante il fallimento, o presunto tale, di uno spettacolo. Ma questa che potrebbe sembrare una semplice, per quanto brutale, espressione di malcontento, è in realtà una partitura complessa, una sinfonia di storia, psicologia e dinamiche sociali che merita di essere ascoltata con attenzione.
Alle origini dell’incorruttibile loggione
La storia del “buuu” è profondamente intrecciata con quella del teatro stesso, e in particolare con l’opera lirica italiana. Il suo epicentro, quasi mitologico, è il loggione, la galleria più alta ed economica del teatro.
Storicamente, questo settore non era semplicemente un luogo per spettatori con minori disponibilità economiche, ma la roccaforte dei veri intenditori, di coloro che avevano visto decine di edizioni della stessa opera e conoscevano a menadito ogni nota e ogni tradizione esecutiva.
Il loggionista non andava a teatro per sfoggiare l’abito da sera, ma per esercitare un diritto di critica guadagnato sul campo, o meglio, in galleria.
Il loro giudizio, espresso senza filtri, era temuto e rispettato. Un “buuu” proveniente dal loggione della Scala di Milano o del Regio di Parma non era un atto di teppismo, ma una sentenza inappellabile. Era la voce del popolo melomane che si ergeva a custode dell’ortodossia artistica, contestando un’interpretazione ritenuta infedele, una scelta registica ardita o, più banalmente, una performance vocalmente deludente.
Questo potere critico, quasi istituzionalizzato, affonda le radici in un’epoca in cui il teatro era una delle più vitali piazze pubbliche, un luogo di partecipazione e non di passiva fruizione.
La Mente del “Buatore”: Tra catarsi e narcisismo
Ma cosa scatta nella mente di chi, anziché nel silenzio del disappunto o in un tiepido applauso di cortesia, sceglie di far tuonare il proprio dissenso? Le lenti della psicologia dell’ascolto e della sociologia del teatro ci offrono una visione sfaccettata.
Da un lato, il “buuu” può essere una forma di catarsi collettiva. Lo spettatore, deluso nelle sue altissime aspettative, sperimenta una frustrazione che necessita di uno sfogo immediato e potente.
In questo senso, l’atto di contestare diventa liberatorio, un modo per riaffermare il proprio ruolo attivo e non subire passivamente quella che viene percepita come un’offesa estetica.
Dall’altro lato, non si può ignorare una componente di narcisismo. Il “buatore” si erge a giudice e protagonista. Il suo “buuu” non è solo un commento sull’arte, ma un’affermazione di sé: “Io so come dovrebbe essere, io ho il gusto e la competenza per giudicare”.
In un’arena pubblica come il teatro, dove le luci sono puntate sul palco, il contestatore riesce, per un breve ma intenso momento, a rubare la scena, a diventare attore egli stesso di un contro-spettacolo. Come suggerisce l’approccio drammaturgico del sociologo Erving Goffman, la vita sociale è una rappresentazione. Il “buatore”, rompendo la cornice della performance, crea una nuova scena in cui lui è il personaggio principale, colui che smaschera la “finzione” mal riuscita sul palco.
L’Effetto Valanga: come pochi buuu creano un fiasco
Ed eccoci a un paradosso acustico e sociale: come è possibile che una manciata di “buuu”, spesso emessi da non più di dieci o venti persone, possano far sembrare che l’intero teatro sia in rivolta? Qui entra in gioco la teoria dell’influenza della minoranza, studiata dallo psicologo sociale Serge Moscovici.
Una minoranza, per avere un impatto sproporzionato sulla maggioranza, deve essere coerente, decisa e ben visibile. Il “buuu” possiede tutte queste caratteristiche: è un segnale inequivocabile, emesso con vigore e, data la sua natura sonora anomala rispetto al contesto (applausi o silenzio), cattura immediatamente l’attenzione. In un ambiente come il teatro, dove il pubblico è in uno stato di sospensione dell’incredulità e di alta suggestionabilità, un segnale così forte può incrinare la percezione collettiva.
Gli spettatori incerti, coloro che magari nutrivano qualche dubbio ma non avrebbero osato esprimerlo, vengono “attivati” dal dissenso esplicito. Il “buuu” rompe un tabù e legittima il malcontento latente. Anche chi aveva apprezzato lo spettacolo può essere indotto a riconsiderare il proprio giudizio, pensando: “Forse mi è sfuggito qualcosa che questi esperti hanno notato”. L’eco dei “buuu” non è quindi solo fisica, ma soprattutto psicologica, e si amplifica nella cassa di risonanza dei commenti post-spettacolo, delle recensioni e del passaparola, trasformando una contestazione di pochi in una memoria collettiva di insuccesso.
Melomane vs. Melofilo: una questione di fede (e di manie)
Infine, per comprendere appieno le dinamiche del loggione e della critica più accesa, è utile distinguere due figure apparentemente simili: il melomane e il melofilo.
Il melofilo è, letteralmente, l’“amico della musica”. Il suo è un amore genuino e aperto, un piacere nell’ascolto che può o meno nutrirsi di tecnicismi esasperati. Apprezza la bellezza dell’insieme, si lascia trasportare dall’emozione e tende ad essere un ascoltatore più indulgente, cercando di comprendere il punto di vista del compositore/esecutore/interprete.
Il melomane, invece, porta la passione musicale a un livello quasi ossessivo, compulsivo, totalizzante (il suffisso “-mane” deriva dal greco manìa, furore, pazzia). Il suo è un amore viscerale che lo conduce a ritenersi il vero erede spirituale degli antichi loggionisti. Il suo approccio è comparativo e ipercritico. Per il melomane, un’opera non è un evento unico, ma l’ennesima interpretazione di un testo sacro, e ogni deviazione dal canone (o dalla sua personale visione di esso) può essere vissuta come un’eresia. È da questa fede incrollabile e da questa conoscenza quasi maniacale che, spesso, nasce il “buuu” più tonante e convinto.
In definitiva, quel suono sordo e lupesco che a volte squarcia la magia del teatro è molto più di un semplice gesto di maleducazione. È un fossile acustico della storia del teatro, un atto psicologico complesso e un affascinante fenomeno di dinamica di gruppo. È la sinfonia, per quanto stonata possa apparire, di una passione che si rifiuta di essere passiva.
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2 risposte
Credo che il teatro stia vivendo un momento di decadenza soprattutto sotto il profilo teatrale che poi alla fine coinvolge anche quello musicale. Tutto questo regieteater tedesco che ha invaso il mondo del melodramma in generale o queste regie “contemporanee” che fanno a brandelli i libretti e a pugni con la musica, devo dire che forse si bua troppo poco, il pubblico è diventato impiegatizio e se anche non ama ciò che vede o sente non ha il coraggio di protestare. Questo non è altro che lo specchio della nostra società che è stata ammansita, edulcorata e resa pavida. Perché protestare a teatro non è elegante, non è civile, non è political correct, così come non si protesta per governi indecenti, genocidi e guerre presentate come difesa, sfruttamento del lavoro e prelievo fiscale iniquo ecc… ecc. Credo che sia arrivato il momento di tornare a buare non solo in teatro ma anche nella vita.
Assolutamente d’accordo, anche se nei miei sessant’anni di loggione ho visto tante volte contestazioni mirate che poco avevano a che fare con un vero giudizio , così come ho visto applauditori guidati.
Ma questo faceva parte di quella meravigliosa emozione che era il teatro , oggi tutto è cambiato e non sempre in meglio👍