Il Maestro Assoluto: La visione di Karajan e la “guerra” di Iván Fischer al Regietheater

Karajan prova Die Walkure sul palcoscenico di Salisburgo https://karajan.org/wp-content/uploads/2022/10/4.jpg

Dalla “sola opinione” di Karajan alla battaglia di Fischer contro il Regietheater: due Maestri uniti in difesa della partitura.

In una storica intervista che riproponiamo qui , Herbert von Karajan ci ha lasciato un manifesto della sua arte: il direttore non è un esecutore, ma un architetto totale, formatosi in decenni di apprendistato. Ma è il suo commento sulla regia a colpire di più. Ammettendo di curare personalmente le “messinscene” per “evitare il confronto di opinioni con i registi” affinché ci fosse “solo un’opinione”, Karajan non stava semplicemente esprimendo un desiderio di autocrazia.

Stava, piuttosto, rivendicando una verità fondamentale: il musicista, e in particolare il direttore d’orchestra, è il custode della volontà del compositore, espressa primariamente attraverso la partitura. In quest’ottica, il regista diventa un ostacolo nel momento in cui la sua visione, invece di servire la musica, la sovrasta o la contraddice.

Quella che poteva sembrare una posizione di potere appartenente a un’altra epoca, oggi risuona con forza nelle parole di figure contemporanee di primo piano, come il direttore d’orchestra e regista Iván Fischer, il cui intervento su FAZ riproponiamo qui.


1. La lunga gavetta: la base dell’autorevolezza

Il primo pilastro della filosofia di Karajan è la formazione. Quando menziona i suoi “15 anni passati in provincia”, descrive un sistema (quello del Kapellmeister) oggi quasi scomparso, dove un direttore imparava a “montare” un’opera da zero e a “formare” i cantanti. Questa lunga gavetta non era solo tecnica; era ciò che gli conferiva l’autorità morale e artistica di interpretare la volontà del compositore e di pretenderne il rispetto da ogni componente dello spettacolo.


2. La “schizofrenia” dell’opera moderna

Karajan aveva risolto il conflitto alla radice: eliminando il regista e assumendo su di sè l’incarico. Iván Fischer, oggi, vive quel conflitto e lo definisce “terribile” (furchtbar).

L’articolo fornito a supporto coglie perfettamente il punto: Fischer descrive una “guerra solitaria” contro la “Regieoper-Mafia” (la mafia dell’opera di regia), un sistema che prospera su un paradosso che lui definisce “schizofrenico”:

“La cosa che trovo più folle nell’opera di regia è che il regista può stravolgere tutto (alles auf den Kopf stellen darf), mentre i musicisti hanno l’ambizione di seguire il testo originale (Urtext). […] Perché uno segue il testo originale, se l’altro cambia comunque tutto?”

Questa è la diagnosi esatta del problema che Karajan aveva identificato e prevenuto. Fischer sostiene che questa scissione, dove il regista è “responsabile dell’innovazione” e il direttore è “il sommo sacerdote della tradizione”, stia semplicemente “distruggendo l’opera” (macht die Oper kaputt).

Critica apertamente produzioni acclamate (come quella di Robert Icke a Aix-en-Provence) definendole “una catastrofe” che ha “rovinato Don Giovanni”.


3. La Soluzione: sviluppare la regia dalla musica

Se Karajan imponeva “un’unica opinione” (la sua) per garantire l’unità artistica, Fischer adotta la stessa identica strategia: dirige e cura la regia lui stesso.

Entrambi i maestri condividono lo stesso obiettivo: la visualità non deve essere sovrapposta alla musica, ma deve nascere da essa.

Fischer, come si legge nell’articolo, non mette in scena un Don Giovanni basato su cliché moderni (rifiutando “palpeggiamenti” o “sfruttamenti scandalistici di storie MeToo”). Al contrario, fonda la sua regia su:

  1. La ricerca filologica: Studia l’interprete originale di Mozart, Luigi Bassi, per capire l’intenzione primaria attraverso le ricerche del maggior storico del teatro, il danese .Magnus Tessing Schneider
  2. Il principio musicale: Cita Kierkegaard e descrive la seduzione come un “principio estetico”, un “processo musicale”, non un atto di violenza fisica.

La sua regia, in cui la visualità è “sviluppata dalla musicalità” (Visualität aus der Musikalità entwickelt), è la perfetta incarnazione moderna di ciò che Karajan ricercava. Come conclude Fischer stesso: “Questa è l’Opera!”.


4. La Responsabilità Morale: l’appello di Gallarati contro l’Inganno

L’esito di questa “schizofrenia” denunciata da Fischer ha una conseguenza diretta non solo sulla coerenza dell’opera, ma sul pubblico stesso. Lo ha sottolineato con forza il critico e studioso Paolo Gallarati, commentando una discussa “Norma” alla Scala (il suo intervento è leggibile qui)

Gallarati lancia un appello ai direttori artistici, investendoli di una “questione morale” analoga a quella dei “conservatori dei beni culturali”. Il loro dovere, scrive, è “garantirne nel modo migliore la fruizione alle generazioni presenti e, soprattutto, future”.

Il punto non è il “gusto” (lo spettacolo può piacere o non piacere), ma la trasmissione del significato. Gallarati cita l’esempio di una ragazza quattordicenne che, posta di fronte a un “coacervo di simboli, stranezze, personaggi e gesti incomprensibili”, abbandona la visione.

Quando la regia fallisce in questo compito, l’opera, scrive Gallarati, viene “tarpata nella sua possibilità di arrivare al pubblico”. La conclusione è tagliente e definisce perfettamente il problema:

“La discrasia tra musica, dramma e visione e lo slittamento dei significati nella deriva ermetica in teatro ha un solo nome: inganno.”

Questo “inganno” è esattamente la “distorsione” (Zerrbild) che Fischer denuncia e il “confronto di opinioni” che Karajan, con la sua ricerca di un’unica visione coerente, cercava pragmaticamente di evitare per proteggere l’opera.


5. Conclusione: l’eredità necessaria del Maestro Assoluto

La posizione di Herbert von Karajan, lungi dall’essere il capriccio di un “dittatore” artistico di un’epoca passata, si rivela oggi come una lungimirante e necessaria difesa dell’opera.

Era la difesa della partitura come fonte primaria dell’interpretazione. Il “confronto di opinioni” che egli voleva evitare era proprio quella “schizofrenia” che direttori come Iván Fischer oggi combattono apertamente e che critici come Paolo Gallarati definiscono un “inganno” morale nei confronti del pubblico.

Le parole di Fischer e la denuncia di Gallarati dimostrano che la visione di Karajan non è morta. L’idea che il custode della volontà del compositore debba avere l’ultima parola non è un retaggio autocratico, ma forse l’unica via d’uscita per salvare l’opera dalla “catastrofe” di un teatro che ha smesso di ascoltare la musica.


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